Cultura

Published on Luglio 25th, 2020 | by Redazione

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IL RACCONTO, «Tocca Mariedda, chi andausu a Casteddu po s’arrettrattu»

Oh Maria, pronta sesi, su postali passada tra dexi minutus e no aspettada, esclamò un po’ spazientito tziu Efisio. Riformato per i piedi piatti, non aveva fatto il militare, il viaggio di nozze lo aveva fatto a cogliere le arance ed era la prima volta che lasciava il suo paese. Con quel vestito stretto che olezzava di naftalina si sentiva impacciato come una capra che ballava il tango.

 

Ma dove andavano i nostri due simpatici zietti? Il fratello di tziu Efisio, emigrato da tanti anni in Francia, si era fidanzato alla veneranda età di cinquantacinque anni con una montanara francese, ed aveva chiesto una loro foto per “presentarli” all’amato bene, sperando di far bella figura. L’unica foto del matrimonio, risalente a trentacinque anni prima, era però andata perduta ed Efisio si era trovato costretto a prendere la decisione di andare a Cagliari a si fai sa fotografia, su arretrattu insomma. Tzia Maria uscì dalla camera in precario equilibrio sui tacchi, lei abituata a camminare sulle zolle di terra con un paio di pantofole scalcagnate.

Sul pullman, in mezzo a tutta quella gente in abiti da lavoro, si sentivano come due cinghiali in passerella ad una sfilata di moda. Arrivati a Cagliari, tra il farsi capire e la confusione tra tutta quella gente, impiegarono due ore a trovare lo studio che aveva loro indicato un parente. Il buio dello studio li mise già in allarme: sembrava di essere entrati nell’antro di uno stregone. E dopo qualche minuto, lo stregone arrivò, sbucando da una tenda che proteggeva un’altra stanza ancora più buia: di un bianco terreo, capelli neri impomatati, vestito di nero, un fiocco pure nero sulla camicia bianca, gli occhi arrossati, sembrava un vampiro che avesse appena fatto il pieno di sangue dal collo di una tenera fanciulla. Gli mancavano solo i canini sporgenti.

«Desiderate?» disse con un tono gentile, ma che fece accapponare la pelle ai due.

«Volevamo fare s’arretrattu, una bella fotografia come dite voi. Noi due insieme impari» rispose intimidito Efisio.

«Venite con me, entrate pure».

Rispostò la pesante tenda ed entrò nel mistero seguito dai due, che trovatisi di colpo privi della vista, inciamparono e, istintivamente, si abbracciarono, come non capitava da almeno quindici anni. Appena l’occhio si abituò al buio, le ombre cominciarono a prendere forma: panorami su cartelloni, archi, paradisi terrestri.

Ed ancora sedie imperiali, divani improbabili, balaustre, capitelli ionici dorici e corinzi: un mondo scomparso. Ma quello che provocò loro un sudore freddo, anche se eravamo in giugno, fu la vista di quel mostro, piazzato sulle tre zampe al centro della sala: una lugubre scatola di legno, con un funereo straccio nero che pendeva dietro, e davanti un occhio severo che sembrava ti volesse scavare l’anima. Non li tranquillizzò affatto che Dracula dicesse che quella era la macchina per fare su arretrattu e tutta quella roba accatastata, come in un negozio polveroso da rigattiere stanco, servisse per creare lo sfondo. Appena ebbero capito che lo sfondo non era un’azione per passarli da parte a parte, ma era quello che sarebbe apparso dietro le loro auguste figure, Efisio:

«Maria, ti piace questo con la campagna?»

«O Efisio, già mi piace… è che già ci stiamo tutto il giorno in campagna, volevo qualcosa di più importante po’ fai bella figura mi».

Dopo un’estenuante trattativa, ci fu la decisione: lei poggiata con le poco nobili natiche su una sedia Luigi XIV, mollemente avvolta dall’ermellino della cugina, con la veletta che le pendeva dal cappello, lui con aria marziale in piedi vicino e con un braccio poggiato ad una colonna, impreziosita da un capitello corinzio. Dietro di loro un arco fiorito, aperto sul giardino rubato, con la sedia di prima, al Re Sole in persona. Il Succhiatore di sangue li fece mettere in posa: mettiti così, no colà, un po’ di profilo, una mano sulla spalla della signora, guardate la macchina… Fermi così. I nostri amici si bloccarono come colpiti dalla folgore divina.

«Fermi! Adesso non respirate, finché non scatto!»

Con un balzo felino, il vampiro si posizionò vicino alla macchina, ficcò la testa sotto lo straccio pendente, con la mano destra prese una peretta e con la sinistra alzò una specie di paletta da capostazione.

«Fermi!» tuonò «… Uno, due e tre!»

Un lampo illuminò la stanza, seguito da una fumata bianca e Maria, per la seconda volta in pochi minuti dopo quindici anni di astinenza, abbracciò l’altrettanto impaurito sposo.

«Fatto!» sentenziò il sanguisuga.

Quando la foto arrivò al fratello, la attempata futura sposa francese, vedendo quei parenti con gli occhi sbarrati come avessero visto il diavolo in persona, si spaventò talmente che, solo per poco, non sciolse la promessa matrimoniale.

Maria Cinus

(ilsarrabus.news)

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