Cultura

Published on Marzo 5th, 2019 | by Redazione

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IL RACCONTO. La storia (vera) di Barbara, la sarrabese scampata al terremoto di Messina

Questa è una storia vera, accaduta ai primi del secolo scorso e raccontatami da una persona che l’aveva sentita da chi l’aveva vissuta direttamente. Fine novembre 1908. Barbara, una ragazza-bambina di 14 anni, a servizio da pochi mesi, partiva per la Sicilia al seguito dei suoi padroni. In paese, lasciava cinque fratelli ed un padre che, dopo la morte di sua madre, si era da poco risposato; la nuova padrona di casa era stata ben felice di levarsela di torno.

 

La matrigna, nei giorni precedenti la partenza, la trattava con inusuale gentilezza: un passante ignaro della situazione avrebbe potuto scambiare quell’atteggiamento per affetto materno. Un occhio attento, invece, avrebbe potuto vedere nel balenare di quegli occhi neri, la goduria del gatto che sta pregustando un tenero topo.
Partì per andare da un’isola ad un’altra isola, con la speranza di una vita migliore, che la mettesse anche  in condizione di trovare poi un buon partito.

I suoi padroni avevano preso in affitto una villetta, appena fuori Messina e un po’ distante dal mare. I primi giorni Barbara si occupò della sistemazione del vestiario di tutti, prima di tornare ai compiti di sempre, quelli che svolgeva in Sardegna.
Il giorno dopo l’Immacolata, il padrone portò a casa un abete e Barbara aiutò la signora ad addobbarlo per il Natale imminente. Era tutto così bello, era tutto così festoso, o almeno così sembrava…

La notte del 28 dicembre avvenne qualcosa che non aveva mai visto né vissuto, qualcosa che cambiò la sua vita per sempre. Quel lunedì erano quasi le sei di mattina quando udì un boato di una potenza assordante! La casa cominciò a rimbombare e a tremare sotto la violenza e la rabbia di una scossa di terremoto interminabile che sembrava volesse demolire il mondo! Barbara ebbe solo il tempo di prendere uno scialle e di precipitarsi alla porta, dove vide i suoi padroni, con in viso stampato il suo stesso terrore. In mano avevano un sacco pesante di iuta che le affidarono con l’ordine di non separarsene mai.

Uscirono sulla strada e le sembrò di vedere l’Apocalisse, uno spettacolo di terrore, distruzione e morte, che mente umana non può immaginare. Case letteralmente scoppiate e completamente crollate, lamenti umani, provenienti da sotto le macerie, gente con il viso insanguinato che fuggiva senza sapere dove andare. Sembrava un brutto incubo da cui tra un po’ si sarebbe finalmente svegliata; invece era tutto vero! Pensò per un attimo alla sua famiglia, si chiese se l’avrebbe mai più rivista e provò perfino un po’ di nostalgia per la matrigna. Intanto, camminavano sopra i mucchi di pietre che ostruivano le strade. Una fiumana di gente correva verso il mare per allontanarsi dalle case che potevano trasformarsi in trappole e dagli incendi che si erano innescati.

Si udivano urla di terrore che chiedevano aiuto, mentre le macerie continuavano a cadere e le case a crollare come fossero di carta; un muro crollò mentre stavano passando. Lei con l’agilità dei suoi verdi anni riuscì ad evitarlo, ma i padroni restarono sepolti e intrappolati da quella valanga di polvere e pietrisco.

Sentiva i loro lamenti, le loro urla e fu quello che li salvò; Barbara riuscì a localizzarli e miracolosamente, scavando con le nude mani, ferendosi a sua volta, riuscì a riportare alla luce e all’aria quei due poveri corpi impolverati e sanguinanti. Adesso, con i padroni ormai scioccati, era lei a decidere cosa fare: aiutandoli e trascinandoli, si diresse verso la collina e quella scelta si rivelò illuminata; i moltissimi che avevano scelto di fuggire verso la spiaggia, furono investiti dal maremoto, con onde alte e terrificanti, che ne uccise tantissimi, trascinandoli in mare.

I morti furono in quella notte degli orrori ben centomila, tra Messina e Reggio Calabria. Mentre sorgeva un livido mattino, Barbara si rese conto che quel posto che esisteva la sera precedente, non c’era più, un intero mondo era stato inghiottito dalla Natura, trasformatasi in un istante, da madre a belva sanguinaria che divora i suoi stessi figli.  Vagarono, non ricordò mai per quanto tempo, per la città nella speranza di trovare un asilo, un conforto: incontravano solo fantasmi, fantasmi vaganti come loro. Alla fine, riuscirono a sistemarsi in una tenda montata dagli americani. Molte navi italiane e straniere vennero in soccorso, ben cinque dalla Sardegna.

Dopo quella tragica notte, per Barbara nulla fu come prima. Rimasti senza casa, i suoi padroni le consigliarono di tornare a casa; ripresero il loro sacco che scoprì essere pieno di gioielli e monete preziose, e fecero in modo di farla imbarcare sulla corazzata Regina Elena che tornava in Sardegna. Ma l’angoscia e il terrore di quella notte la consumavano dentro come un male oscuro. Bastava un piccolo rumore, un vento che soffiava all’improvviso e Barbarina scappava, andandosi a rannicchiare in un angolo della casa. La notte era preda di incubi e vedeva mostri vagare per la stanza. Morì intorno ai quarant’anni, così senza una causa precisa, di cuore, di consunzione o, forse, soltanto di mal di vivere. Sola.

Maria Cinus

(ilsarrabus.news)

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