Ferrari Luce, il Cavallino smarrisce l’anima: tra flop estetico e tonfo in Borsa esplode la rivolta dei puristi
Il nome è evocativo: Luce. Invece fu subito il buio, certificato anche dai mercati. Raccogliendo le impressioni a caldo ed i commenti degli appassionati (nonché di alcuni che la Ferrari la possiedono davvero) si avverte un disagio diffuso, che neppure la stampa nazionale, attenta al suo ruolo super partes, riesce a trattenere.
Senza dubbio la Ferrari Luce sarà ai vertici della potenza, della guidabilità, della tecnologia e del confort. Ma a quale prezzo? (non quello di listino, ovviamente).
Per i puristi ma non solo per loro la nuova vettura è una caduta di stile inesplicabile. Vediamo perché, secondo quello che emerge dalle considerazioni raccolte dal web ed in via diretta.
Intanto la scelta del propulsore. Rincorrere l’elettrico non ha senso. Chi compra le supercar non ha mica problemi di ricarica, ma vuole un mito, vuole vivere sensazioni, rumori e vibrazioni che l’elettrico non potrà mai dare per motivi strutturali.
A meno che non si voglia anche qui dare una risposta ideologica al mercato. Ma allora si doveva evitare di usare quel marchio. Fare innovazione non significa per forza adottare l’elettrico. Ci possono essere scelte diverse. C’è chi sostiene che questo è il preludio per accreditare definitivamente l’adozione dell’elettrico nella futura Formula 1. Può darsi. Ciò detto, visto che la potenza con l’elettrico non è un problema, e visto che l’autonomia per gli utenti Ferrari è solo un particolare secondario, volendo evitare l’ennesimo propulsore termico per lo meno si doveva evitare il secondo – fatale – errore.
Le forme della Ferrari Luce sono fuori dalla tradizione. La bocciatura è unanime. In questo caso si poteva e si doveva salvaguardare il design e l’estetica. Con queste linee risulta distrutta l’immagine del design italico: i modelli Zagato, Giugiaro e Pininfarina degli anni ‘60 e ‘70 avevano una carica innovativa pazzesca. Questa non regge il confronto: è la prova provata che anche i nuovi designer ormai rincorrono il mercato anziché dare vita ai sogni. Chi ha voluto questo modello ha delle responsabilità che vanno oltre l’obbligo di rispondere agli azionisti. Negli USA degli anni ’60 e ’70 per errori del genere le dimissioni del management erano scontate
Sotto questo punto di vista è una bruttissima pagina di attualità che ricade negativamente sull’immagine dell’Italia come maestra di innovazione e di tendenza, perché viene dal marchio automobilistico più blasonato del mondo. Una caduta di tono (e un bel tonfo in Borsa) che si poteva e doveva scongiurare perché Ferrari è sinonimo di nazione italiana. Già l’automobile non è un prodotto da banco di un supermarket, figuriamoci una macchina sportiva con quel glorioso passato (e presente).
Imbarazzo generale che trapela, seppur celato, in alcune entusiastiche recensioni della stampa specializzata; le mirabolanti prestazione tecnologiche non riescono a nascondere la delusione per il deprezzamento di un simbolo che come mai nessuno ha incarnato forza, bellezza e audacia nell’immaginario collettivo di tutti i cittadini del mondo. ANTONFRANCO TEMUSSI (ilsarrabus.news)
