Cultura

Published on Febbraio 22nd, 2020 | by Redazione

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IL RACCONTO. Il pastore Ernesto sposa la “bantascera” muraverese. Una santerellina? Forse…

Dai oi, dai crasi, Ernesto era arrivato a quarant’anni e non riusciva a prendere una decisione sulla sua vita sentimentale, mentre donna Elvira, più badessa che madre e vedova da molti anni (i maligni dicevano che il marito avesse preferito un Inferno incerto di là ad uno sicuro di qua con la moglie), non mancava mai di ripetergli che ormai era ora di trovare una donna che si prendesse cura di lui. Mentre Elvira recitava Ave Maria e sgranava Rosari, Ernesto pensò bene di portare in casa quella che pensava potesse essere la donna della sua vita, una fanciulla di Villaputzu; niente, alla madre non piacque perché, disse, le villaputzesi erano belle sì ma troppo festaiole; allora, un altro giorno, arrivò a casa con una bella ragazza di San Vito.

 

«No» sentenziò la vecchia «le sanvitesi sono brave ma troppo susunche, troppo avare sono. Non se ne parla nemmeno». Allora Ernesto decise di non dare più retta alla madre, si innamorò di una ragazza di Muravera e, preso dalla fretta che non aveva avuto per tanti anni, la sposò. La madre non la mandò giù e continuò nella sua opera di demolizione.

«Ti sei sposato una muraverese. Già lo sai che sono bantasceras e così altezzose che camminano senza toccar terra». La fanciulla di Muravera, bella come una cerbiatta, passava la mattinata a lustrare le due stanzette del loro nido d’amore. Stava sola tutto il giorno, ma era sempre allegra e il suo canto riempiva la casa.

Ernesto passava lunghi periodi all’ovile; il giorno della partenza si alzava al canto del gallo, mentre lei era già in piedi per preparargli il caffè e le provviste. «Io vado allora…» diceva sempre lui con la sua voce profonda e tonante con cui celava agli altri la sua vera natura, tenera e mansueta come quella di un agnellino.

La bellezza della moglie però lo turbava e gli regalava folate di gelosia repressa per cui non l’avrebbe mai voluta lasciar sola. E invece lei era sola, molto sola, e cantava, cantava. Alla sera, chi passava vicino alla casa, poteva sentire una nenia, quasi un lamento: «Begniu sesi ninnu miu, piga su scannu e setzidia, candu accabu sa cannugada si croccausu a s’imbrassada».

E così fino al mattino. I vicini, che non hanno mai tempo se gli chiedi un favore, ma ne trovano a bizzeffe quando devono farsi i casi degli altri, cominciarono ad appostarsi al di là del muretto che divideva le abitazioni e, dopo qualche giorno di ascolto, confezionarono una bella storia di corna e incontri peccaminosi. Così, non si sa chi né come, soffiò all’orecchio di Ernesto che quella santerellina della moglie… Ernesto amplificò quel soffiò e sbuffò come un mantice, paonazzo come se avesse ingurgitato una manciata di peperoncini piccanti: da agnellino belante si trasformò in un lupo sanguinario!

Che avreste fatto voi, che fate i moderni? Partì come sempre al mattino, dicendo alla moglie che sarebbe ritornato dopo una settimana, invece la sera stessa tornò sui suoi passi, appostandosi in giardino e con lo schioppo vicino, come se dovesse abbattere un cinghiale. Dopo poco, la moglie intonò la solita peccaminosa cantilena e lui si mise ad ascoltare, poi, guardingo come un giaguaro, aprì la porta, che però cigolò. Qui la storia si complica: uno scalpiccìo di passi incerti e di lamenti brevi, di nuovo silenzio e poi un lamento di una donna interrotto da alcuni sospiri quasi un gemito soffocato. Ernesto troneggiò d’improvviso vicino alla moglie, trovandola… che filava tranquilla il lino accanto al camino!

«Ernesto, come mai qui, è successo qualcosa?»

«No» rispose brusco «ma tu con chi parlavi?» continuò carezzando sa scuppetta, lo sputa-fuoco.

Il viso di lei passò dal pallido al rosso acceso, per il sospetto del marito, a torto o a ragione che fosse.

«Con nessuno, ho filato tutta la notte e per tenermi sveglia cantavo una filastrocca…»

«Sì, ma chi è Ninnu?»

«Ma è il sonno che mi prendeva e che dovevo tenere a bada per terminare sa cannugada, cosa credevi?».

Così, Ernesto, guardandola teneramente negli occhi, tornò dalle sue pecore, ma noi non sapremo mai se quel giorno dovette abbassare di molto la testa per passare attraverso la porta dell’ovile.

Maria Cinus

(ilsarrabus.news)

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