Cultura

Published on Gennaio 26th, 2019 | by Redazione

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IL RACCONTO. Sa levadora, la signorina delle nascite

Nel 1956 venne giù una montagna di neve. Ne venne giù così tanta, da ricoprire la terra come un morbido lenzuolo ricamato. Ma per il paese non fu una cosa triste, tutt’altro: i ragazzi, e non solo, si sfidavano in vere e proprie battaglie prendendosi a pallate di neve. Molte ragazze combattevano il freddo, indossando pantaloni magari dei fratelli, mentre i più scalmanati si alternavano a sedersi su una pala trainata da un compagno e usata come slittino. La corsa si concludeva quasi sempre contro una pianta, tra grandi risate. Alcuni diavoletti combattevano il freddo infilando le mani arrossate e doloranti dentro un paio di calze di lana.

 

Quella notte si levò un vento di tramontana che gelò ogni cosa. La strada era quasi diventata un’unica lastra di ghiaccio e i primi audaci che si avventurarono fuori di casa, si ritrovarono a terra con le gambe levate. Nella casa del pastore Serafino, appena fuori paese, era arrivato per la moglie il momento di partorire il sesto figlio. Le doglie si facevano sempre più frequenti e tre vicine, a rischio di scivolare, confluirono a casa della gestante per mettere a disposizione la loro esperienza. Ma il nascituro, forse subdorando che il mondo esterno non fosse così accogliente come il grembo materno poteva far supporre, di nascere non voleva proprio saperne. Le povere donne si guardarono in faccia e nonostante ognuna di loro avesse visto nascere almeno tre bambini, convennero che stavolta occorreva una presenza più qualificata.

Una di loro, con mille cautele, andò a chiamare l’ostetrica. Sfortuna volle che la signorina levadora(così si chiamava in quel tempo la levatrice, anche se magari madre di quattro figli e nonna di sedici nipoti) fosse scivolata sul ghiaccio, rompendosi un braccio. Breve consulto e decisione collegiale: Serafino prenda la bici, sfidi le intemperie e porti qui sulla canna l’ostetrica del paese vicino. Dovete sapere che la “signorina” in questione era un tipino veramente pepato: di origine siciliana, bionda amarolla, si truccava in maniera assai pesante, bocca e unghie tinte di rosso e cipria a palate, indossava dei taillerini aderenti e camicette generose che mettevano in mostra il seno sodo e prosperoso. Inoltre, usava prendere a male parole la partoriente, rimproverandole il peccato che l’aveva resa gravida. Tzio Serafino, dai costumi assai morigerati, lestu che scuetu, partì lancia in resta e inforcò la bici, pregando in cuor suo che il freddo polare portasse la signorina a vestirsi in modo più castigato per evitargli tentazioni carnali. Partì e andò a sa ventura.

Alla richiesta di aiuto da parte di Serafino, l’ostetrica fece dapprima qualche difficoltà, ma convinta dall’agitazione dell’uomo, prese la borsa degli attrezzi e, allargando la gonna, salì sulla gelida canna; a quel punto, mancavano solo i sonagli e i barattoli appesi. Donna calorosa e focosa, il freddo non l’aveva convinta a più miti consigli: aveva indossato sopra la camicetta appena una giacca di lana, ma talmente morbida che il seno ballava e sobbalzava ad ogni asperità della strada, sulla neve o sul terreno che fosse. Serafino, cercava di volgere lo sguardo altrove, ma ogni tanto doveva pur controllare la strada e quella camicetta con i bottoni pronti a partire come proiettili, sommata al calore del corpo della signorina a contatto col suo, gli provocava peccaminosi turbamenti. Pensò allora al seno della moglie, tutto rugoso che patata beccia e frungito come le orecchie di un coniglio stanco e lo sguardo gli andò inevitabilmente su tutto quel ben di Dio che gli ballonzolava davanti. Nonostante il freddo, la temperatura cominciò a salirgli; il pover’uomo, ormai fuori controllo, andava a zig-zag, mirando alle buche per approfittare del divino movimento. Sempre più fuori giri, accostò di più il suo testone a quel morbido corpo.

«E non mi stia così accostato, miiii!!!! Ma quanto ci vuole ancora per arrivare?» disse la signorina piantandogli un gomito sulle costole. «Accostato io? No, signorina, sono le buche. Siamo quasi arrivati; attaccatevi bene, signorina» disse da buon sciafferru. In precario equilibrio, per l’emozione e per il gelo in strada, Serafino arrivò miracolosamente a casa e bloccò la bicicletta stampando la faccia sulle provocanti gibernas della sanguigna passeggera!

Questa balzò dalla canna, si accese una sigaretta e tzacca tzacca aprì la porta, guardò la femmina che si contorceva per le doglie e disse: «Miiii cosa urli adesso? Ci potevi pensare prima».

Maria Cinus

(ilsarrabus.news)

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