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Published on Marzo 16th, 2019 | by Redazione

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IL RACCONTO. La storia di Estra, donna indipendente: “Io non mi sposerò mai”

Come chiamerete la bambina? chiese delicatamente il sacerdote, vicino al fonte battesimale. Estra, risposero all’unisono i due genitori, prigionieri dei loro abiti della festa, odorosi di naftalina e riesumati per l’occasione da un polveroso baule.

 

Ester, vorrete dire sussurrò comprensivo il prelato, un po’ sospettoso sulle reali intenzioni dei due. “No, padre, Estra, come Esterina, la madre di mia moglie, e Raimondo, mio padre”. Il povero prete alzò gli occhi al Cielo e si rimise alla volontà del Padreterno, rinunciando a controbattere quei due sprovveduti, fermamente decisi a realizzare la loro insensata idea.

Il pianto, tendente al baritonale, che uscì da quella delicata boccuccia rosa quando le fu aspersa l’acquasanta su quella testolina, e il relativo rimbombo sulle pareti della chiesetta, apparvero al povero sacerdote come un segno divino, un messaggio celeste che lui avesse fatto la scelta giusta. Quel pianto aveva un tono di comando, che era però anche presagio di un caratterino nient’affatto malleabile, come vedremo.

Estra abitava da sempre con i genitori, in quella casa di mattoni crudi, nei pressi della chiesa.Una casetta piena di fuliggine senza troppi gingilli e centrini nel suo scarno arredamento. Una casa di pastori, con il cortile davanti, dove giravano alcuni conigli e galline, e qualche ossuto gatto, perennemente affamato.

Un orto coltivato ad insalata, melanzane e zucchine, qualche attrezzo e una carriola. Molti ricordano Estra da ragazzina, con le trecce, vestita di una canottiera di un bianco sporco in tutti i sensi, i pantaloncini da maschietto e scalza. La piccola peste mangiava veloce e correva poi a riempirsi le tasche di sassi. Quindi cominciava il suo giro, volando di corsa verso la piazza per fare a sassate coi ragazzini. E non aveva paura di niente.

Crescendo era diventata una donna tutta d’un pezzo, alta, con un fazzolettone a fiori arrotolato sulla testa e un grembiule che, da quando era stato cucito, non aveva mai conosciuto né acqua né sapone. Di primo impatto, con la sua figura imponente, ti metteva soggezione, ed  anche le galline, quando passava lei, si scansavano, per paura di essere calpestate o, peggio, di finire in pentola. Ma il tempo, come è suo eterno mestiere, volava ed una parola, inevitabile, le si parò davanti: matrimonio!

Ad Estra, questa parola faceva accapponare la pelle, la faceva pensare a gabbie o, peggio ancora, a inferriate di una galera.

Io non mi sposerò mai diceva quando qualcuno toccava l’argomento. Ma qualcuno tramava nell’ombra! Alla soglia dei trent’anni, la mamma e le zie decisero: ora o mai più!

Consapevoli della scarsa avvenenza della figlia e nipote, le posero davanti quello che non poteva proprio dirsi un buon partito: un lontano cugino, mai conosciuto prima, dotato di un sorriso quasi privo di denti. Coetaneo di Estra, bassetto, segaligno, goffo e campagnolo come la cicoria trovata. Emilieddu si chiamava.

La prima volta che vide lo strano essere, Estra sgranò gli occhi dalla sorpresa ed assunse subito un atteggiamento guardingo e sospettoso. Emilieddu cominciò a frequentare la casa piena di fuliggine; finché, in un afoso pomeriggio di luglio, non se ne rese conto nemmeno lei, la nostra amica si ritrovò fra le braccia di Emilieddu che, inaspettatamente, la strinse quasi a stritolarla, a toglierle il respiro. Ma ci voleva ben altro che quel piccoletto per domare Estra ed il poveretto se ne sarebbe accorto in seguito!

Comunque sia, dopo il tentativo di stritolamento, ormai compromessa e rassegnata a salire sul patibolo, la nient’affatto dolce donzella accettò il matrimonio riparatore.

Il giorno della cerimonia i due freschi sposini furono circondati dall’affetto di amici e parenti, in un turbinìo di baci e abbracci. Il congedo con ciascuno di loro fu particolarmente caloroso, fatto stringendo nella grande mano di lei quella più delicata di Emilieddu che, capita l’antifona, cominciava a restringersi come un capo di lana infeltrito.

Finita la luna di miele, pagata dai genitori di lei e consumata in due giorni presso alcuni zii di Cagliari, iniziò la vita matrimoniale; già poco esuberante di natura, Emilieddu, mentre cominciava a spegnersi la fiamma del desiderio anche a causa dello scarso fascino della moglie, Emilieddu dicevamo, cominciò ad affogare le sue frustazioni all’osteria, con generosi bicchieri di vino nero.  Appena notava un allentamento nella sorveglianza della arcigna consorte, il tapino sgattaiolava fuori di casa, dirigendosi verso la bettola di fiducia. Tornava poi a casa, camminando rasente i muri, per reggere i pericolosi sbandamenti.

Ma, con il tempo, l’olfatto di Estra si era affinato, a differenza del suo fisico, e il donnone riusciva a cogliere anche una semplice molecola di alcol, che fosse presente nell’aria. Dopo un periodo passato a respirare, nella stessa stanza, l’aria impregnata e ammorbata dal fiato del sempre più avvinazzato consorte, Estra decise di passare all’attacco e raddoppiò la sua vigilanza.

Una sera sentì una specie di miagolìo, forse un gatto, forse no. Cercò di individuare la presenza del felino e la provenienza dei gemiti. Notò che l’origine del lamento non era in casa, né sull’aia.

Aprì il cancello e vide Emilieddu che gemeva, sdraiato sul muretto della piazza, ubriaco come una zucca. Con gli scomposti e sudati cappelli ricci che le contornavano il viso, rabbiosa, Estra, con un balzo, gli si mise sopra a cavalcioni e cominciò a picchiarlo così forte, che il poveretto si mise a singhiozzare come un disperato. Picchiava a due mani come un pugile professionista, Estra. Alla fine, spossata e ansimante, la donna, finalmente soddisfatta, si fermò, mentre Emilieddu scivolava, intronato per la sbornia e per le bastonate, al tappeto.

Estra, senza saperlo, fu un’antesignana dei tempi: qualcuno ipotizza che proprio a lei, umile ed energico donnone, si sia ispirato qualche successivo movimento di liberazione della donna.

Maria Cinus

(ilsarrabus.news)

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