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Published on Aprile 17th, 2019 | by Redazione

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RICORDI. Zio Giulio, il ciabattino di Muravera che “inventò” le scarpe con la suola in sughero

In un tempo ormai lontano, un tempo in cui i vicoli erano pieni di vita e i bambini giocavano all’aria aperta, nessuno portava le scarpe, né grandi né piccini.

 

Le donne non si complicavano la vita per questo…” così ricorda zia Anna che, come tutte le femminucce, aveva avuto da sempre una vera passione per le scarpe, considerate un bene prezioso e quasi irraggiungibile.

Si intenerisce e si commuove zia Anna, ripensando con nostalgia alle sue polacchine di capretto nere, morbide e confortevoli, che erano state collaudate prima da sua nonna e da sua madre, quindi da sua sorella, infine da lei e, a seguire, da tutte le sue cugine; una vita di tutto rispetto per quelle sacre calzature: in un ventennio (dagli anni ’40 fino agli anni ’60), ne avevano vissute e sofferte di emozioni, ai piedi di tutte quelle persone!

Nel “tempo in cui i vicoli erano pieni di vita”, le scarpe si usavano per anni e, ogni volta che si indossavano, venivano poi accuratamente pulite, lucidate e arieggiate per essere riposte come un gioiello delicato e prezioso dentro l’unico armadio della casa, insieme alla borsetta che era poi dello stesso colore per non sembrare troppo impertinenti: il colore doveva rispondere a requisiti di sobrietà, quindi doveva essere nero e poi ancora nero! E si indossavano solo per le occasioni importanti: battesimi, matrimoni e, nel ventennio, visita di importanti gerarchi o, addirittura, del Duce in persona, come capitò una volta nel nostro Sarrabus.

Si ricorda bene di quando si recava al paese e, per non consumare le sue amate polacchine, zia Anna le teneva in mano; al posto loro, usava le scarpe che le aveva fornito madre Natura, di pelle che si autorigenerava le quali, nel frattempo, si erano indurite formando un bella callosità sotto alla pianta del piede.

A Muravera, negli anni quaranta, c’era poca gente facoltosa e, per la legge della domanda e dell’offerta, pochi erano i negozi che vendevano scarpe. Si acquistavano in qualche merceria o nell’unica ferramenta del paese. Molti allora si rivolgevano a qualche ciabattino del paese.

In via Santa Lucia c’era il popolare zio Giulio, considerato una specie di stilista delle scarpe, il quale, oltre a rattoppare e riparare suole e tacchi, era anche capace di realizzare qualsiasi tipo di scarpa. Ad onor del vero, i primi tempi, non aveva un grande campionario, zio Giulio: il modello restava per anni sempre lo stesso, stessa forma, stesso colore, adeguandosi magari alla stagione.

Le sue scarpe venivano concepite, più che per l’aspetto estetico, per quello funzionale e pratico, ma soprattutto dovevano durare moltissimi anni. Passava molte ore al lavoro, zio Giulio, avvolto nel suo pesante grembiulone blu dentro la sua bottega polverosa, nella quale l’odore di mastice ti feriva le narici appena entravi. Alle pareti, forme di legno dritte e curve, e tutt’intorno vecchie scarpe, pezzi di pelle e di cuoio.

Curvo, seduto per ore davanti al suo desco di legno scuro coperto di pece nera bituminosa, di attrezzi e di semenze, appoggiava sulle sue ginocchia l’incudine di ferro a forma di piede rovesciato e lì piazzava le scarpe da inchiodare o quelle nuove da cucire. La sua giornata lavorativa cominciava all’alba e terminava a sera inoltrata, molto dopo che il sole era tramontato dietro i monti. Allora, si infilava la giacca e spegneva la luce fioca del suo piccolo lume alimentato ad acetilene.

A lui piaceva molto costruire scarpe nuove; poche donne, però potevano permettersele, perché la pelle e il cuoio costavano troppo per le loro povere tasche. Così, per caso, una mattina gli venne un’idea. Era poco prima di Pasqua quando, dal barbiere, gli passò tra le mani un vecchio giornale dove c’erano raffigurate delle signorine che indossavano delle scarpe con la zeppa di sughero alta.

Si vede” pensò “che questo è il modello di punta del momento. E poi slanciano la figura e vengono a costare poco”. Zio Giulio era nato in Tunisia da genitori sarrabesi e, alla morte dei suoi, era tornato al suo paese. Scuro di pelle e di bell’aspetto, aveva un temperamento artistico e creativo, ed aveva una passione speciale per le launeddas che cercava di suonare, imitando e carpendo i segreti dei grandi maestri. E anche nel suo mestiere di ciabattino espresse e riversò questa sua vena creativa.

E così partì per la grande avventura, con un nutrito staff, composto da una sola persona (zio Giulio stesso). Acquistò una partita di sughero, che nelle foreste sarde è sempre abbondato, e si mise subito all’opera. Ben presto venne fuori il primo paio di scarpe, belle, originali e a buon mercato. Le mise in bella evidenza all’interno del suo negozietto e tutte le clienti, che andavano a portare o a riprendere le scarpe riparate, notavano questa linea nuova che le conquistava. Qualcuna le provava e osservava che questi zatteroni avevano il magico potere di alzarla di diversi centimetri e di trasformare ragazzotte basse e tarchiate in modelle da rivista di moda, mentre gambe tozze e corte diventavano, come per miracolo, affusolate e provocanti!

La voce si sparse velocemente e diverse clienti cominciarono ad affluire anche da San Vito e Villaputzu. Gli zatteroni di zio Giulio stavano diventando un marchio di fabbrica, un brand come direbbero oggi! Travolto da tanto successo, zio Giulio cercò di reggerne l’onda con il solo strumento che conosceva: il lavoro!

Lo si vedeva seduto al suo panchetto mentre lisciava il sughero con la raspa o prendeva le misure con lo spago oppure, con qualche bolletta tra le labbra e il martello in mano, fissava la fascia di cuoio al fondo di sughero del Gennargentu. L’uso e la diffusione avevano fatto delle scarpe in sughero di zio Giulio un distintivo della nostra zona, uniche ed originali nel loro stile inconfondibile; quel negozietto in via Santa Lucia era diventato un luogo di riferimento per le ragazze e donne del luogo, che chiedevano lumi e modifiche personalizzate.

Anche i bambini fermavano i loro giochi e guardavano, con il naso schiacciato sui vetri, l’anziano che cuciva rigorosamente a mano un vezzoso paio numero 35 con lo spago da lui stesso impeciato e tirato poi forte. E sì che non era affatto facile camminare su quei trampoli! Ci si doveva abituare gradatamente, camminando inizialmente a passo d’anatra: vedevi subito, dal loro buffo incedere, le clienti che avevano acquistato le scarpe da poco ed avevano ancora il “foglio rosa” per condurre gli zatteroni!

Per molti anni le scarpe con la suola di sughero “made by zio Giulio” continuarono a spopolare come se non avessero intenzione di passare mai di moda, mentre lui si affannava per accontentare tutte le sue clienti, lavorando fino a tardi in quella che non era più la sua bottega, ma la sua vita.

Maria Cinus

(ilsarrabus.news)

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