Cultura

Published on Febbraio 14th, 2020 | by Redazione

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IL RACCONTO, L’agnellino Cirillo e i ricordi di una beata infanzia nel Sarrabus

«O mamma, ma che malattia ha avuto Cirillo?» chiedevo il giorno del pranzo pasquale a mia madre mentre stavo discutendo con una costolina di agnello arrosto. La mia testa di bambina di cinque anni non riusciva a capacitarsi perché il mio agnellino Cirillo, dopo pochi giorni da quando quel bravo pastore ce lo aveva portato, era scomparso misteriosamente. E non era la prima volta, no, che questo succedeva: era successo l’anno prima e l’anno prima ancora con altri due agnellini da latte che ogni volta avevo chiamato Cirillo, ignara delle moderne teorie psicologiche che sconsigliano di appioppare, ai nuovi venuti, lo stesso nome di chi ha avuto un destino sventurato.

 

Mi piaceva quel nome che mia madre mi aveva aiutato a scegliere dal calendario di marzo, perché sembrava squillare ad ogni passo della bestiola, come la campanellina che ogni anno gli avevo assicurato al collo con un nastrino di raso rosso la prima volta, rosa la seconda e celeste la terza. Comunque, sarà stato il nome o qualcosa che mi sfuggiva, era il terzo agnellino, sempre avuto in regalo pochi giorni prima di Pasqua, che mi era venuto a mancare, la prima volta sotto una macchina e la seconda cadendo dal muretto, o almeno così mi avevano detto, perché entrambe le volte io ero assente al fatto.

«Te l’ho già detto, Lellina, ha preso una brutta influenza e il dottore non è riuscito a salvarlo. Dài, mangia adesso, da brava!» ribatteva mia madre. Ed io, rattristata ma non avendo motivo di dubitare della sua parola, continuavo a rosicchiare la tenera carne. Il pastore ci aveva portato Cirillo III qualche giorno prima, e a me che lo avevo delicatamente preso in braccio, aveva detto che mamma pecora non aveva abbastanza latte per i suoi agnellini e che se non ci avessi pensato io, l’ultimo dei Cirilli avrebbe sicuramente fatto una brutta fine. Invece a casa nostra, concordava mia madre, sarebbe stato meglio (sic!).

Io mi ero fatta un punto d’onore di trattare il neo arrivato in famiglia come un principino. Facendo tesoro delle esperienze precedenti, gli avevo comprato un biberon e della farina lattea, in aggiunta al latte vaccino che formava la sua dieta quotidiana. Mi piaceva vedere quel tenero esserino succhiare dal biberon il bianco nettare, roteando la bocca che odorava sempre di latte e tenendo i suoi dolcissimi occhioni ben spalancati. E mentre Cirillino succhiava beato la sua crescita, io me lo coccolavo, felice che rispondesse alle mie attenzioni, gratificata nel mio ruolo. E pure mi piaceva stringerlo forte a me, ascoltare il pulsare della sua vita protetta dal pelo bianco, morbido e soffice.

Mi piaceva sentire il suo belato quando chiamava sua mamma lontana o reclamava la pappa. O il momento in cui lo mettevo a dormire nella capannina in cortile, sicura che lui mi sorridesse quando gli rimboccavo amorevolmente la copertina per proteggerlo dal freschetto notturno di una primavera appena sopraggiunta, salutandolo con un sonoro: «Buonanotte, Cirillo!» E, precorrendo la piccola Heidi dell’infanzia di mia figlia, le felici corse sui prati, io davanti e l’agnellino dietro mentre la campanellina cantava “Cirillo, Cirillo”. Tutto questo mi tornava alla mente mentre mi portavo alla bocca un altro pezzetto di carne.

Crescendo, poi, il dubbio che la caduta, l’incidente con la macchina e l’influenza letale non fossero veri, mi era venuto, finché dopo uno stringente interrogatorio come nei migliori racconti polizieschi, mia madre aveva confessato e ammesso le sue responsabilità. L’effetto fu lo stesso, anzi, senz’altro maggiore, di quando presi coscienza che le favole erano dei dolci modi per rendere meno duro l’ingresso nella vita dei cuccioli di uomo.

Cirillo dal nastrino rosso, Cirillo dal nastrino rosa, Cirillo dal nastrino celeste. Addio cari piccoli amici, siete stati la mia favola più bella.

Maria Cinus

(ilsarrabus.news)

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