Cultura

Published on Gennaio 26th, 2018 | by Redazione

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IL RACCONTO. Il tesoro nella grotta, una leggenda del vecchio Sarrabus

Nessuno ricordava come era nata la leggenda dell’oro e chi l’aveva raccontata per primo. Ma alla sera, vicino al fuoco, i vecchi narravano che alla fine del sentiero, quasi in cima al monte, dentro una profondissima grotta immersa nella foresta, ci fossero pietre d’oro: bastava chinarsi per raccoglierne di grandi come mandarini, fino a riempirsene le tasche. «Ma chi si è azzardato ad arrivare fin lassù – aggiungevano mentre i loro occhi scintillavano illuminati dalle fiamme – non è più tornato».

 

Raccontavano dell’anno in cui una tremenda carestia cominciò a dilaniare le famiglie e le speranze. La gente, uomini e donne, moriva letteralmente di fame. Allora venne deciso che un gruppo di uomini (non troppi nel caso non fossero più tornati, né troppo pochi per avere più forza e coraggio) doveva andare alla ricerca del tesoro. La mattina dopo, quindici uomini si lasciarono alle spalle i paesani affamati ma speranzosi e le greggi ormai scheletrite, e si avviarono verso la montagna. Durante il tragitto si unì a loro il bandito Zigàrru, che si era dato alla macchia perché accusato di aver ammazzato una persona; era così chiamato perché teneva sempre in bocca un sigaro, spesso spento. Qualcuno affermava che ci dormisse pure.

L’erba era ancora bagnata di rugiada e il cielo smeraldino; accompagnati dal canto dei tordi, nelle narici l’aspro odore della terra umida, trascinavano i quattro muli; ormai dal paese, erano un puntino indistinto che muoveva lentamente. Portavano con sé picconi, badili per scavare, palanchini e lanterne e poi alcuni sacchi di iuta per riporvi le pietre preziose. Spinti dal sogno della ricchezza che avrebbe salvato il paese, si preparavano ad entrare nel mistero. Mentre iniziava a cadere una fitta pioggerellina, camminarono tra boschi e pendii; i muli stracarichi andavano a rilento e gli uomini li pungolavano di continuo con una giaculatoria di imprecazioni.

Camminarono per ore fino a notte ed accesero un fuoco per vincere il buio e tenere lontani gli animali selvatici; stanchi per la fatica, dormirono qualche ora. Il giorno dopo il sole dardeggiava sulle loro teste e il paesaggio sembrava guardarli meravigliato e attonito, mentre il tempo era come sospeso. La salita si era fatta più ripida, ma speravano di arrivare alla grotta prima che facesse di nuovo buio. Zigàrru guidava la fila e alzando gli occhi vide ciò che mai avrebbe voluto vedere: un gigantesco masso di granito sbarrava loro la strada e copriva l’ingresso della grotta. L’ostacolo sembrava insormontabile, ma nessuno voleva rinunciare all’impresa, tra chi pensava ai familiari affamati e chi, come Zigàrru era spinto solo dall’ingordigia. Per giorni e giorni usarono ogni mezzo per spostare quel masso che sembrava messo lì da un dio malvagio.

Nello sforzo immane ad alcuni scoppiò il cuore, altri morirono di fame e di sete, mentre il masso sembrava prendersi gioco di loro. Altri ancora morirono per l’infezione delle ferite che causò febbri altissime. Alla fine rimasero in tre, assieme a Zigàrru.

Uno di loro si accorse che, dopo tanti sforzi, erano riusciti a spostare un po’ il masso e, sotto di esso, brillavano alcuni diamanti e delle pepite d’oro: tanto quanto bastava a salvare il paese e sfamarlo per diversi mesi. I tre si consultarono e decisero di tornare a casa dalle famiglie. Zigàrru, invece, ormai consumato dall’avidità, restò per cercare l’impossibile impresa di prendersi tutto lui solo.

Di lui non si seppe più nulla e un coraggioso che tornò lassù narrava che sulle pareti del masso fossero rimaste le impronte delle mani insanguinate del bandito. Forse Qualcuno – dicevano – gli avrà rubato l’anima e il corpo, o forse il bandito sarà ancora dentro la grotta, dietro quel masso, a fare la guardia al suo tesoro, perché nessuno glielo porti via.

Maria Cinus

(ilsarrabus.news)

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