Cultura

Published on Gennaio 31st, 2018 | by Redazione

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IL RACCONTO. Il profumo del pane di sapa, un salto indietro nel passato

E’ sempre così: il ricordo dell’odore del pane di sapa mi riporta ai pomeriggi, sospesi nel tempo, passati a casa di mia nonna. Lì quell’odore si mescolava a quello dell’uva passa stesa ad asciugare sulla stuoia, al profumo delle bucce di arancia essiccate, al delicato aroma delle mandorle, del miele amaro, delle mele cotogne, con l’odore della resina che ricacciato dal vento, rientrava dal camino. Ed era proprio attorno a quel camino che ruotava la vita di mia nonna nei freddi pomeriggi invernali.

 

Nonna era sempre molto attiva ed amava coinvolgere me e mia cugina nelle sue faccende. Allettate dalla promessa di un regalo, venivamo generalmente destinate alla pulizia della cucina. Non c’erano molti mobili in cucina, a parte una piccola piattaia e una credenza antica, ma considerando che non eravamo abituate a fare le pulizie di casa, a noi sembrava di dover scalare il Gennargentu. Ogni volta che la stanchezza ci assaliva, era il pensiero del premio a darci nuova lena.

Intuivamo già di cosa si trattasse e la diabolica vecchietta sapeva bene come solleticare la nostra ghiottoneria. L’oggetto del nostro desiderio era nascosto lì in quell’armadio della camera da letto. Non c’erano abiti eleganti in quell’armadio, né crinoline o gioielli. C’era per noi molto di più: due vasi con ciliegie ed uva sotto spirito e, supremo desiderio, un barattolo di sapa. Il suo tesoro, per riscaldare l’inverno.

Quando il premio assegnato consisteva in una ciliegia o in un acino di uva a testa, prendeva uno stuzzicadenti e… zac infilava il frutto. Ce lo porgeva dandosi un tono di estrema importanza come ci impartisse una sua personale comunione. Noi, un po’ rabbrividevamo a quel sapore così forte e, non abituate come eravamo, di lì a qualche istante, eravamo quasi brille! Tutte e tre sapevamo che questo commercio aveva i suoi lati discutibili, ma mosse da reciproca convenienza, diventavamo di buon grado complici e disposte a soprassedere. E nessuno poteva giudicarci, dato che il nostro segreto era mantenuto rigorosamente.

Ma era la sapa ad essere per lei come l’oro. Di solito la preparava in autunno, facendo cuocere, in una pentola di rame stagnato, dell’uva dolce, profumandola alla fine con bucce di limone e qualche chiodo di garofano. Inebriata da quelle spezie orientaleggianti, aspettavo in trepida attesa che quel liquido ambrato incominciasse a filare sul cucchiaio, diventando così sciropposo. Quell’aroma forte e dolce si diffondeva in tutta la cucina e io già immaginavo nonna che spennellava quella dolce ambrosia sulla ciambella appena sfornata, ricoprendola poi di traggera (piccoli confetti colorati).

Nella sua semplicità, mia nonna intuiva cosa servisse per interessare e per rendere felice un bambino. E’ passato più di qualche anno da allora, ma questi ricordi sono talmente nitidi che non diventano mai passato e continuano a esistere dentro di me anche attraverso gli odori. Per farli rivivere mi basta chiudere gli occhi e pensare al profumo del pan di sapa.

Maria Cinus

(ilsarrabus.news)

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