Cultura

Published on Dicembre 15th, 2022 | by Redazione

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LA LEGGENDA. Chi ha portato il fuoco in Sardegna?

L’inverno è il tempo delle feste, della cucina che si arricchisce di odori e di sapori forti, del tempo in cui esplodono in tutta la loro pienezza  i colori solari degli agrumi, il rosso dei corbezzoli,  l’oro del miele e della sapa. Ma l’inverno è il periodo in cui l’ospite di pietra, il caminetto, prende vita e incomincia il suo dialogo con le persone di casa. Magico è il rapporto dei sardi con sa forredda: accendere il fuoco, alimentarlo, sentirsene ipnotizzati, pensare, andare con la fantasia, sognare, viaggiare mentre le lingue di fuoco trasmettono messaggi senza tempo, lo stesso dialogo dell’uomo delle caverne, quando non c’era nulla, solo lui e il fuoco… Chissà quali pensieri nella sua testa primitiva in quel  muto colloquio!
Come il suo antenato di centinaia di migliaia di anni fa, dopo cena e fino a pochi  anni fa, tutta la famiglia si riuniva mettendosi a corona intorno al camino. Si guardava  salire la luce rossastra delle fiamme, mentre gli anziani raccontavano storie passate di paese, avvolte nel mistero. E ancora leggende o favole per i più piccini, che ascoltavano con i visetti arrossati mentre le fiamme dipingevano stelle sui loro occhi sgranati. Unica colonna sonora, il crepitìo dei ciocchi che ardevano. Chi era affetto da mal d’amore interrogava le fiamme, gettando foglie di olivastro (is ollasteddus), una alla volta, sopra la soglia del camino.  Tra le risatine soffocate degli astanti veniva pronunciato il nome del ragazzo o della ragazza di cui si era innamorati: se le foglie bruciavano, l’amore  era impossibile, se invece le foglie saltellavano il sogno poteva realizzarsi! E nemmeno la Befana disdegnava il caldo del camino: la notte del 5 gennaio, educatamente aspettava fuori, con le scarpe tutte rotte e i vestiti sbrindellati, stringendosi addosso lo scialle. Poi, mentre  tutti dormivano,  con la scopa, mezzo di locomozione rigorosamente non inquinante, si calava  dalle pareti ancora calde del camino… Intanto per incoraggiarla e per paura che la Befana fosse un po’ miope, si aveva cura di appendere la calza in bella vista sul ripiano del camino. Qualche volta però la vecchina affatto intenerita, la riempiva di carbone, giusta ricompensa ai cattivi di ogni epoca! Regali o carbone che fosse, esaurita la sua missione, sgusciava via silenziosa dalla stessa via, tanto il fuoco era spento da un pezzo.
Ma chi ha portato il fuoco in Sardegna? Si narra che in un freddissimo 17 gennaio, Sant’Antonio, accompagnato dal suo porcellino, anch’esso inserito a pieno titolo nell’iconografia popolare dei santi, bussasse alla  porta dell’Inferno con il suo bastone di ferula dicendo che doveva fare un’ispezione. I diavoli, preoccupati, aprirono solo uno spiraglio, ma Sant’Antonio liberò il suo maialetto che si infilò  e cominciò a correre qua e là, facendo, ispirato dal luogo, il diavolo a quattro!
Non riuscendo i diavoli ad acchiapparlo, chiamarono Sant’Antonio che non si fece pregare due volte per entrare! Il maialino si acquietò e Sant’Antonio ne approfittò subito per scaldarsi. Poi domandò ospitalità ai diavoli che chiesero il permesso a Babbai Satanassu. Questi, mezzo addormentato, non voleva essere disturbato. Prima aprì un occhio, poi l’altro, guardò Sant’Antonio con aria severa e tuonò: «Potete restare ma non avvicinatevi al fuoco dell’Inferno». Il Santo per nulla intimorito,  si trattenne per tre giorni e tre notti davanti al fuoco. Rimase lì, fermo in meditazione muovendo soltanto il bastone di ferula tra le fiamme e i carboni ardenti. Quando si alzò, per andarsene assieme al porcellino, un diavolo volle controllare il bastone della ferula per vedere se nella punta  fosse rimasta qualche scintilla di fuoco. Ma la ferula ha il cuore tenero e, come  la brace che fuori è ricoperta di cenere, conserva all’interno il suo fuoco.
Il diavolo, vedendo che solo la punta era un po’ annerita, si tranquillizzò e lo lasciò partire, così Sant’Antonio potè  regalare al mondo tante scintille di fuoco. Fu così che la Sardegna conobbe il fuoco e la gente potè scaldarsi le mani e pure il cuore.  Per questo,  il 17 gennaio, anche nel Sarrabus, si costuma accendere un grande falò nella piazza intitolata al Santo per purificarsi dai peccati commessi, allontanare le disgrazie e per ricominciare l’anno con sani propositi.
Maria Cinus (ilsarrabus.news)

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