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Cultura

Published on Gennaio 17th, 2019 | by Redazione

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IL RACCONTO. Le storie del vecchio Sarrabus: il mistero (ma mica tanto) delle cinque vergini

Quella che segue è una di quelle storie che le donne di paese si raccontavano nelle afose sere d’estate quando si sedevano all’esterno delle case a cercare un’improbabile frescura. I racconti più piccanti, come questo, venivano conditi con risolini ed ammiccamenti per evitare che i più piccoli capissero.

Don Nicola Francesco aveva più figli che buoi. Anzi, per essere precisi, più figlie perché la sua prole era formata da cinque femmine, cinque come le dita di una mano, tutte molto graziose e vivaci. Vivevano di sogni e non avevano molta voglia di lavorare; preferivano dormire. Il padre però aveva da curare i suoi tanti terreni e, non potendo contare sulle figlie, decise di prendere come aiuto Tore, un giovane di Villasalto aitante e vigoroso, bello come un guerriero nuragico, figlio di contadini laboriosi e ligi alle sane tradizioni. Eppure, caro don Nicola, dovevi sapere che è pericoloso avvicinare il fuoco alla paglia!

Il primo giorno del periodo della mietitura mandò Tore a svegliare le figlie, ma il giovane non ci riuscì. Il padre, si arrabbiò come un cinghiale e disse al ragazzo:

«Vai, torna a casa, buttale giù dal letto e, se necessario, trascinale qui per le gambe».

Non è dato sapere cosa successe, né cosa Tore disse alle ragazze. Forse il sole di quella bella giornata infuocò le anime già piene di passione delle fanciulle: fatto sta che le sorelle andarono al lavoro con entusiasmo, sul volto disegnato un grande stato di beatitudine!

E da quel primo giorno, don Nicola notò il perfetto accordo tra il servo e le ragazze, la loro allegria e confidenza. A dire la verità qualche parolina, ammiccamento e gesto d’intesa, a lui incomprensibili, lo avevano messo in sospetto, ma, visto che le figlie finalmente lavoravano di buona lena, decise di chiudere un occhio e di affidare al servo incarichi di sempre maggiore responsabilità. Una sera, dopo cena, le cinque ragazze dissero alla madre Cesira di avere forti mal di pancia. La madre, donna di esperienza, collegò quei contemporanei malesseri al fatto che avessero mangiato formaggio e rimproverò il povero marito.

«Hai sbagliato ancora la dose del caglio e hai intossicato queste povere bambine, buono a nulla che sei».

Mentre la sua autostima precipitava, don Nicola cercò di discolparsi, ma senza risultato.

Intanto, i giorni passavano e i dolori no! Allora la madre le portò dal medico del paese per farle visitare.

«Oh su dottori, le mie bambine da quattro giorni hanno dolori allo stomaco e nausee, chissà cosa sarà stato? Sarà stato il formaggio che ha fatto mio marito, che sbaglia sempre le dosi del caglio o forse il troppo lavoro? Sono preoccupata dottore».

Il dottore incastrò il monocolo nell’occhio e fece uscire la madre: altro che caglio, altro che troppo lavoro! Al suo occhio esperto bastò poco per intuire che le ragazze erano in dolce attesa e fece qualche domanda per individuare il colpevole della strage! Decise di non rivelare nulla e si limitò a qualche consiglio generale, raccomandando qualche bella limonata per calmare le nausee. Volle però che il servo si facesse visitare, perché, disse, anche lui poteva essere rimasto intossicato.

«Disgraziato, come hai potuto allungare le tue luride, diciamo, manacce su quelle povere ragazze vergini e tutte insieme».

«Su dottori, io sono andato a svegliarle e tutt’e cinque mi sono saltate addosso e nemmeno io sono fatto di legno. Poi erano le mie merisceddas e dovevo pure obbedire».

«Pezzo di un mascalzone, ti sei comportato come un montone senza cervello. Il padre ti ammazzerà adesso! Se vuoi salva la vita, vattene dal paese e non tornare mai più».

Il povero Tore, sempre più confuso, decise di seguire i consigli di quell’uomo savio e, nottetempo, lasciò l’ovile, le pecore e le cinque ragazze, che portavano in grembo il frutto del peccato. D’altra parte, anche se avesse voluto riparare al malfatto, l’avrebbe potuto fare solo con una, non poteva sposarle tutt’e cinque! A quel punto, il dottore completò la sua opera: mandò a chiamare donna Cesira e le raccontò i fatti, di quel servo pastore sleale che si era approfittato del candore e della verginità delle sue sante figliole.

Le cinque fanciulle recitarono per il resto della loro vita la parte delle vittime, candide agnelle innocenti finite tra le fauci del lupo che le aveva prese mentre dormivano. Trovarono subito marito grazie a tzia Allika, donna navigata che oltre ad essere esperta di miscugli e impiastri per i dolori, faceva pure s’attittadora, ma soprattutto collocava le ragazze che, per qualsiasi motivo, avevano difficoltà ad accasarsi. I cinque matrimoni furono celebrati tutti insieme di lì a poco, con donna Cesira che si fregava le mani di nascosto; ci fu una gran festa con banchetti e balli sull’aia.

Don Nicola all’inizio non si spiegò la fuga del servo, poi man mano che la verità prendeva corpo, fu preso da propositi omicidi. Alla fine si rassegnò e fu molto felice quando le figlie lo resero nonno di cinque nipoti, sfornati uno dietro l’altro.

Maria Cinus

(ilsarrabus.news)

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