Cultura

Published on Agosto 8th, 2020 | by Redazione

0

IL RACCONTO. La perpetua Nina, “maga” per le”soffiate” involontarie del cugino prete

Nina era sempre stata una donna frizzante e di larghe vedute, prova ne era che aveva avuto i suoi tre figli da tre padri diversi. Il marito era convinto della propria virilità e nemmeno lontanamente sospettava che la sua signora avesse sfornato tre frutti del peccato giacendo con tre uomini di cui si era ogni volta infatuata. Comunque sia, il consorte non trasudava passione per tutto ciò che fosse connesso a lavoro e fatica, e fidando nel detto “passare a miglior vita”, pensò bene di lasciare prematuramente questa valle di lacrime.

 

I tre (veripadri se la diedero coraggiosamente a gambe lasciando la loro amante nella miseria più nera. Non che prima Nina navigasse nell’oro ma tra una zucca presa dall’orto e qualche furtarello da parte del marito, riusciva sempre a mettere insieme pranzo e cena; ora invece…

Rimuginando su come rimediarele venne in mente di scrivere a quel suo cugino prete, parroco in un paesotto distante una cinquantina di chilometri; lo pregò di trovarle un qualsivoglia lavoro che le permettesse di sbarcare il lunario e di nutrire quelle tre incolpevoli creature.

Don Celestino fu allinizio un po’ titubante ma poi acconsentì a passarle un piccolo stipendio in cambio di qualche  lavoretto da fare in parrocchia o a casa. Ma l’arrivo della donna non era passato inosservato e le micidiali bigotte, sempre presenti in ogni paese della terra, davano la loro soluzione al problema Nina: si andava dall’espulsione con ignominia per eccesso di scollatura alla cavatura degli occhi per la temeraria forestiera.

Don Celestinotirato per la tonaca, se la cavò con la parabola del buon pastore e della pecorella smarrita; le trovò allora una specie di stanzone freddo e umido che in passato era stato usato come stalla. Nina, sempre positiva, si mise all’opera di buona lena e lavò a fondo il suo nuovo alloggio con acqua e liscìvia. Aveva lasciato le sue tre creature ad una pia opera di assistenza e ciò le permetteva una certa libertà di movimento. Conquistata la fiducia del cugino, ne era diventata, a tutti effetti, la perpetua ufficiale.

Aveva rimesso a nuovo anche la parrocchia, ingentilendola con ortensie, rose e garofani, coltivati da lei. Occupandosi di don Celestino, ne raccoglieva le confidenze che fluivano copiose dalla bocca del prete, le cui umane difese crollavano davanti ad una buona cena, innaffiata da generoso vino nero. Oltre ai seni prosperosi, Nina era dotata di una memoria di ferro che le permetteva di catalogare tutte quelle nozioni nel suo archivio personale.

La sua fervida immaginazione le consigliò di sfruttare queste informazioni, spesso provenienti direttamente dal confessionale, per rivisitare un mestiere antico e molto redditizio: la maga. Nina aveva un vero talento nel curare con le erbe e a questo punto perché non far credere  di possedere  anche poteri  paranormali e di esperta in malocchi? In poco tempo, la sua fama (grazie soprattutto alle involontarie “soffiate” dell’ignaro cugino) crebbe e le sue clienti restavano allibite nel constatare che lei era in grado di “leggere” i loro segreti più riposti. La consultavano tutti in paese e così col tempo, l’accettarono anche le pie donne tra scuse, rosari, pentimenti ed espiazioni. E gli uomini del paese non si azzardavano più a proporsi, né a fare commenti audaci, temendone la lingua affilata e le conclamate facoltà paranormali.

Lavorava fino a tarda sera e i suoi visitatori parevano non finire mai. Li faceva accomodare dentro alla piccola  cucina col soffitto di travi a vista mentre mazzi di erbe essicate, fortemente aromatiche,  pendevano dal soffitto spargendo un odore acre. Per tutti era ormai un’abile erborista con il dono della preveggenza e lei, per alimentare il suo mistero, dava spazio alla ritualità: scioglieva alcuni grani di sale in un catino di ferro, salmodiava parole strane, metteva la mano bagnata sul capo del cliente, poi sentenziava  di fronte a visi pieni di meraviglia e stupore.

Dicendo di conoscere formule magiche, dava come cura bottigliette di acqua di pozzo, spacciandola per elisir di lunga vita. Usava fili di lana, capelli e ogni sorta di unguenti dicendo che li  preparava alla sera mentre aspettava il plenilunio per rendere più efficaci i filtri d’amore. La gente per quei filtri le faceva offerte generose che le permettevano una vita agiata;  molti dicevano di essere stati guariti e, riconoscenti, tornavano per ringraziarla! In fondo, lei regalava speranza e per questo si sentiva con la coscienza a posto.

Negli annipoiaveva imparato a mentire così bene che tutti avevano finito per credere davvero nelle sue facoltà paranormali… perfino lei stessa! Continuò per molti anni  ancora a preparare poltiglie, pestando erbe e quando don Celestino, ormai centenario, salì in cielo, Nina, ormai a corto di informazioni, disse che aveva perso  tutti i suoi  poteri paranormali per il dispiacere della  dipartita di suo cugino…

Maria Cinus

(ilsarrabus.news)

:

Tags: ,


About the Author




Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to Top ↑