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Cultura

Published on 23 Novembre, 2019 | by Redazione

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IL RACCONTO. Una bibliotecaria in vacanza, una casetta in legno, il dramma di uno scrittore e, sullo sfondo, la bellezza di Colostrai

Marina era stata tanti anni prima in vacanza in quel posto dallo strano nome: Colostrai. Era rimasta abbacinata dalla bellezza di quei  luoghi, dal silenzio della natura, dalle albe e dai fenicotteri rosa. Poi la vita l’aveva portata altrove a vivere una esistenza errabonda, fatta di giornate senza sole. Ma da un po’ di tempo i suoi giorni erano cambiati. Anzi, le sue notti. Ognuna le portava lo stesso sogno; quando era notte fonda e lei era piombata nell’incoscienza del sonno, da mesi le appariva la stessa scena: nei pressi di Colostrai, vicino allo stagno, vicino ad un rio, spuntava la parte alta di una piccola stele di pietra con una scritta che non riusciva mai a decifrare. Sempre così: alcune ore di sonno, il sogno, lo stesso sogno, e poi l’angosciante risveglio.

 

Allora decise: i genitori le avevano lasciato un discreto gruzzolo che le assicurava un futuro senza preoccupazioni e quindi chiese sei mesi di aspettativa dal suo lavoro di bibliotecaria; faceva quel lavoro da alcuni anni e qualche volta le piaceva sentire attorno tutti quegli ingegni di differenti idee, fantasticare su dove erano state scritte quelle pagine e in quali condizioni d’animo. Qualche altra volta, invece, le sembrava che tutti questi volumi incombessero su di lei e volessero sopraffarla.

Partì per Colostrai un giorno di fine settembre. Come se il tempo lì scorresse più lentamente, si stupì di non trovare grossi cambiamenti, a parte quell’albergo nei pressi della salina, dove si affrettò a prendere alloggio. Da lì cominciò la sua ricerca.

Cominciò a fare lunghe passeggiate che concludeva rimirando quel mare azzurro e pulito che le faceva pensare al tempo, passato e futuro. Ogni tanto incontrava un grosso cane bianco che chissà perché il proprietario lasciava libero: era stata abituata fin da piccola a trattare con gli animali e riusciva a vincere la paura, anche se, nell’incrociarlo, non poteva evitare un brivido di apprensione. Aveva preso l’abitudine di scambiare due chiacchiere con un pastore che incontrava ogni volta. Girava senza meta, senza un obiettivo preciso, come se non volesse affrontare il vero motivo che l’aveva spinta lì. Quella sera aveva prolungato i tempi della sua passeggiata e i monti avevano cominciato a proiettare le loro ombre sulla vita della gente.

Percorreva la via asfaltata e qualche rara macchina la incrociava o superava, mentre i solitari guidatori  guardavano incuriositi quella giovane donna sola, sperando magari in un improbabile approccio. Il silenzio rarefatto le faceva udire distintamente i suoi passi… Ma ciò che la fece rabbrividire fu il rumore di altri pesanti passi che si sovrapposero ai suoi. Si girò di scatto sfidando il terrore ma decisa a scoprirne la causa: nulla, solo le alte cime degli eucalipti, baciate dalle ultime schegge di sole. Aveva appena lasciato la strada principale, quando venne giù il cielo. Come in un temporale estivo, i sentieri divennero ruscelli; la terra argillosa era diventata troppo molle e Marina camminava con difficoltà. Passò attraverso un gruppo di siepi, dove soltanto un roseto di fiori bianchi cercava di infilarsi tra i rovi. Cercò riparo in una piccola casa di pietra in evidente stato di abbandono. La porta era semiaperta, forse qualche cacciatore l’aveva forzata; non aveva il coraggio di entrare e riparò sotto al misero loggiato. Poi  la pioggia aumentò d’intensità e decise di entrare. Un silenzio innaturale  regnava in quella casa; in quella che poteva essere la cucina, c’era un caminetto e un vecchio  tappeto rosso scuro impregnato della polvere dei decenni precedenti. La sua innata paura per i ragni le consigliò di sollevarlo per vedere se ce n’era qualcuno sotto: scoprì la maniglia di una botola che, aperta, rivelò una scala di legno ed una stanza.

Una stanza che odorava di vecchio, di stantìo, di morte, una stanza che aveva… la luce accesa. Per la prima volta nella vita, Marina ebbe paura, una paura incontrollata; corse via a perdifiato e solo quando era lontana, si girò: la casa aveva tutte le luci accese! Quella notte ebbe un sonno agitatissimo, non distingueva più il sogno dalla realtà. Sognò, fece il solito sogno, ma stavolta accanto alla stele, c’era un uomo che stava senza parlare e la guardava con i suoi occhi celesti, dolci e tristi. Poi, senza aver pronunciato parola, si girò e scomparve. La mattina dopo, Marina cercò il pastore e lo tempestò di domande, voleva sapere della casa, di chi fosse, di chi l’aveva abitata. Il pastore si sedette su un masso, si fece una sigaretta con il trinciato e, leccando la cartina, iniziò a raccontarle la storia di Mr. John e della giovane moglie, due irlandesi che stavano venendo in vacanza in Sardegna. Le raccontò di un incidente in moto dove la ragazza perse la vita, ma non solo la sua: in grembo, portava un bimbo, frutto del loro amore. Da quella tragedia Mr. John uscì distrutto e divenne uno scrittore che non volle più scrivere. Acquistò quella piccola casa tra gli eucalipti e vi si stabilì; per anni non volle vedere più nessuno, fino a che un giorno scomparve e nessuno qui ne seppe più nulla.

Marina, sentiva che doveva tornare in quella casa. Pregò il pastore di accompagnarla; arrivati, notò con sorpresa che la violenta pioggia della notte aveva scoperto una piccola lapide, dove risaltava una scritta in inglese: «Come away, o human child to the waters and the wild with a faery, hand in hand for the world’s more full of weeping, than you can understand (W.B.Y)». Vieni, fanciullo umano alle acque e nella landa con una fata, mano nella mano perché nel mondo vi sono più lacrime di quanto tu non potrai mai capire.

Maria Cinus

(ilsarrabus.news)

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