Cultura

Published on Marzo 13th, 2021 | by Redazione

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IL RACCONTO. Due anime senza pace per Giuanni il carbonaio

Tziu Giuanni era un poeta; non aveva mai scritto un rigo, ma aveva un animo sensibile. Il massimo della sua soddisfazione era quello di andare sulla montagna con il suo cane Pipinu, che custodiva come un figlio, visto che il destino gli aveva negato di essere padre. Lui amava quella montagna. Anche se su di essa aleggiava una fama di mistero che ne teneva lontani i suoi compaesani.
Quando la luna era calante, tziu Giuanni partiva alla mattina presto con Pipinu, armato di roncola verso Coili Becciu; nonostante i settant’anni suonati e la zoppìa che lo assillava da un po’ di tempo, si inerpicava con il cane per un’oretta su per la montagna, fino a raggiungere un terreno scosceso, sormontato da un muro a secco: lì c’era abbondanza di legna e lì tziu Giuanni preparava sa fogaia, la carbonaia. Lo faceva con calma, come se compisse un rito, incurante delle voci che circolavano e delle paure dei paesani, i quali quando dovevano per forza avventurarsi in quella zona, lo facevano in gran fretta e guardandosi prudentemente alle spalle.
Quel giorno, tziu Giuanni tagliava la legna come al solito, mentre Pipinu gli zompettava vicino. Ad un tratto, l’attenzione dell’uomo fu attirata da un masso di granito che recava delle strane macchie; si avvicinò: erano macchie di sangue, ma non sembravano fresche. Perplesso tornò al suo lavoro, mentre la stanchezza e il sole alto gli imperlavano la fronte di sudore.
Accatastando la legna grossa e poi quella più fina in modo da lasciare un foro centrale, udì dei forti colpi cadenzati come di un’accetta che battesse su una roccia. Si guardò intorno, ma le due uniche creature viventi erano lui e Pipinu; i tre violenti colpi che seguirono lo spaventarono, ma quello che gli fece gelare il sangue fu sentire prima dei lamenti e poi delle urla che sembravano di un uomo in preda ad una sofferenza immane. In quei casi, era normale che un cane abbaiasse; invece Pipinu, rimase immobile, statuario. Attorno l’atmosfera era ferma, rarefatta, come se il tempo e la vita avessero smesso di pulsare.
Giuanni raccolse in fretta i suoi attrezzi, diede una voce al cane e tornò a casa. Non disse nulla alla moglie che la notte lo sentì rigirarsi nel letto, come fosse in preda agli incubi.

Il nostro Giuanni però non era tipo da arrendersi facilmente: la mattina dopo di buon’ora, con il fido Pipinu incollato ai suoi passi, tornò nel bosco, al solito posto. Rabbrividì nel vedere, seduta di spalle sopra il masso, una donna con uno scialle verde. Si avvicinò tremando.
Il viso che si girò, era rugoso e sofferente, cinto di capelli grigi. La donna si portò il dito indice sulla bocca, come se gli indicasse di fare silenzio, scese dal masso e scomparve con il rosario in mano e l’espressione di un dolore senza conforto. Tziu Giuanni volle vederci chiaro e il giorno dopo tornò sempre con l’amico a quattro zampe, alla sua carbonaia. Non c’era nessuno, a parte il masso che stava lì da secoli.
Lavorò per una mezz’ora e, mentre stava andando a prendere della legna fine, vide, sempre di spalle e seduto sul masso, un giovane con la camicia bianca insanguinata e gli stivali sporchi di fango. Si girò per zittire Pipinu, che stavolta si era messo ad abbaiare, e riguardò avanti a sé: il giovane era scomparso! Arrabbiato, incuriosito, contrariato e spaventato, Giuanni tornò di corsa, per quanto gli permettesse la sua gamba, in paese. Non andò a casa sua, ma da una sua vecchia zia, una che i paesani ritenevano un po’ strana. Quando tziu Giuanni le raccontò quello che gli era successo, la vecchia diventò pensierosa, guardò il nipote, poi Pipinu, poi ancora Giuanni e sorrise amaro. Raccontò con reticenza che in quel luogo, tanti anni prima, Giuanni era appena nato, avvenne un fatto di sangue: un giovane, che voleva difendere la madre dalle botte del padre ubriaco, fu ammazzato a colpi d’ascia dal genitore e lì sepolto, denunciandone poi la scomparsa. La madre, pazza di dolore, andava a trovarlo tutti i giorni e pare che, dopo la morte di lei, le due anime si aggirassero senza pace in quei posti.
Giuanni prese la zia e insieme andarono sulla carbonaia. La zia accese due candele, le pose sopra il masso e recitò formule solo a lei note. Alla fine del rito si sentirono come due folate di vento e le candele si spensero: le due anime avevano trovato la loro pace. In seguito, quel terreno fu spianato e una mano gentile ci piantò un mandorlo. Tutti si chiedevano perché quel mandorlo fosse fiorito anche d’inverno… Solo tziu Giuanni sapeva perché!
Maria Cinus
(ilsarrabus.news)

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