Cultura

Published on ottobre 20th, 2018 | by Redazione

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STORIA. L’arcivescovo di Cagliari assassinato a Carbonara nel 1353

Dixit etiam se audivisse quod Sardi de foris hiis diebus preteritis in locis Carbonayre interfecerunt archiepiscopum Callaritanum qui terram ibi ceperat rediens de partibus Cathalonie”.

 

Così narra la deposizione di Saladino, vescovo di Dolia, in qualità di testimone d’accusa, nel processo (il primo di una serie) istruito nell’ottobre del 1353 dall’Ammiraglio Bernat de Cabrera contro il Giudice Mariano IV d’Arborea, colpevole di aver rotto il rapporto di vassallaggio con il re Pietro IV, ponendosi a capo di una vera   e propria rivolta culminata nell’assedio del castello di Cagliari.

La deposizione di Saladino è nota in letteratura soprattutto per la descrizione delle due distinte insegne araldiche documentate nel Regno d’Arborea nella metà del XIV secolo, una con albero verde in campo bianco, l’antica arma del Regno d’Arborea ed un’altra con lo stesso soggetto associata ai pali d’Aragona, lo stemma della famiglia giudicale, ma anche per le motivazioni addotte circa le cause che portarono allo scontro fra Mariano IV d’Arborea e Pietro IV d’Aragona ovverossia la paura di Mariano IV di essere privato del Regno dal sovrano aragonese e i suoi tentativi di difesa.

Nella deposizione, il vescovo dichiara di essere stato di persona nell’accampamento dei rivoltosi presso Quartu, per far liberare un certo Gormario, un tempo suo domestico, che si trovava ivi prigioniero. Saladino, verosimilmente, riuscì ad entrare ed uscire dal campo grazie ad un lasciapassare sottoscritto dal Giudice in persona oppure grazie alla conoscenza con i due capitani Pietro de Atzeri e Cino de Zori, i quali si atteggiavano, a dire del vescovo, a favore del Giudice d’Arborea ed avevano al seguito uomini provenienti da Arborea e da Cagliari.

Allorquando gli venne chiesto se era a conoscenza di danni a beni o persone dei catalani arrecati dai rivoltosi accampati a Quartu, rispose che era di pubblico dominio la notizia della cattura del Conte di Donoratico, feudatario del re, e dell’uccisione dell’arcivescovo di Cagliari, sbarcato a Capo Carbonara di ritorno dalla Catalogna.

Si trattava del prelato di origine palermitana Giovanni Graziani, già rettore di Sant’Anna di Stampace e canonico della cattedrale di Cagliari, la cui elezione nel maggio del 1352 fu fortemente osteggiata da Pietro IV perché veniva ad interrompere una serie di arcivescovi catalano-aragonesi di suo gradimento.

Pietro IV, venuto a sapere anticipatamente della futura nomina di Graziani da parte del papa Clemente IV, ordinò al governatore Rambau de Corbera di impedirgli in ogni modo la presa di possesso dell’arcivescovado, anche attraverso il blocco dei redditi e l’espulsione dall’isola. Nel 1353 Giovanni Graziani era a Barcellona, da dove fece rientro dopo che Pietro IV ordinò il blocco delle rendite dell’arcivescovado. Sfortunatamente trovò la morte in “locis Carbonayre”(a Carbonara, l’attuale Villasimius).

Elisabetta Valtan

(ilsarrabus.news)

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