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Cultura

Published on 22 Febbraio, 2020 | by Redazione

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STORIA. 1846, la petizione dei contadini poveri di Villaputzu per raccogliere l’erba a Porto Corallo

Amareggiato dai fatti accaduti un cittadino di Villaputzu, Antonio Seu Orrù, scrisse da Cagliari una lettera di supplica all’Intendente Generale della Provincia certo che avrebbe avuto un lieto riscontro nei fatti. Il 13 Giugno 1846 si chiedeva all’autorità che i poveri di Villaputzu non fossero ne impediti ne molestati nel raccogliere, trasportare e vendere l’erba presente nella spiaggia di Porto Corallo verso la Città di Cagliari.

Così si spiegano i fatti: “Antonio Seu Orrù del Villaggio di Villapuzzo, Contrada di Sarrabus, espone col dovuto rispetto a V. S. Illustrissima che d’alcun anno a questa parte sta raccogliendo l’erba che serve in questa Città di Cagliari pe fondi di sedie rustiche, e che in quel villaggio chiamano sessini di tresazzas la qual’erba nasce nella vasta spiaggia del mare del Porto denominato Porto Coraddu, ed è un’erba che per quanto è tenera per tutto l’inverno sene pascola il bestiame, ma venuto in villaggio s’indurisce, e divien secca, e non serve più pel bestiame, e quando non sen raccoglie per fondi sedie rimane gittata nel suolo, e putrefatta dalle acque.”

Nonostante che questo tipo di commercio portasse un poco di ricchezza in più in paese, il Consiglio Comunitativo del tempo non ne andava fiero. Ammoniva i cittadini più poveri che volevano rivendere l’erba probabilmente per paura di togliere quel poco che serviva per alimentare il bestiame locale. Si era consapevoli che quel tipo di erba, se non raccolta in tempo si seccava e diveniva dura inutilizzabile per alimentare il bestiame, oppure se non raccolta poteva divenire marcia in caso di pioggia.

La richiesta di Antonio Seu Orrù all’autorità superiore era quella di richiedere la presenza di cinque probi uomini sul luogo, che fossero estranei al Consiglio Comunitativo, per periziare e verificare se l’erba che giaceva sulla spiaggia in quel periodo del mese di Giugno fosse indurita e secca, accertandone che non poteva servire ne per il pascolo del bestiame locale, ne per altro uso utile alla comunità di Villaputzu, e che potesse servire solo per essere impiegata per la costruzione dei fondi delle sedie poco rifinite. In quel periodo di ripetute annate agricole piuttosto difficili e improduttive, si evidenziò che quei fatti fossero noti a tutti i cittadini della comunità, che i poveri venivano privati della facoltà di usufruire di quell’erba.

Terminando si richiedeva all’autorità “… il proibire tanti poveri che ne tiravano profitto in annata tanto sterile in raccolti cereali, e riuttando la verità dell’esposto, che d’altronde è manifesto e notorio, ordinare che l’esponente colli altri poveri a lui uniti, non siano impediti ne molestati nel raccogliere e trasportare in questa città quest’erba, la quale lasciata nel suolo non serve ad altro che ad essere calpestata dai porci indi putrefatta dalle acque. Grazia.”

La situazione del settore agricolo e zootecnico nella prima metà del 1800 risultava difficile a causa delle continue calamità naturali. Un altro esempio può essere dato da un documento del 1842 in cui il Sindaco di allora Salvatore Secci Orrù scrisse al Luogo Tenente Giurisdizionale Mandamentale per ottenere degli abbeveratoi per bestiame, in quanto mancavano in molti salti comunali.

Mancavano specialmente nel tanto frequentato Salto promiscuo di Santa Barbara, in cui si praticava la pastura e la semina privata anche con altri Comuni limitrofi. Attorno a questo scenario poco lieto esisteva però un commercio che riguardava la vendita del bestiame che doveva per lo più dei casi essere obbligatoriamente venduto in loco e a cittadini del posto, pena una salatissima multa.

Ne da un esempio un documento del 29 Novembre 1846 in cui la Giunta Comunitativa di Villaputzu imponeva un regolamento sui prezzi e sulle vendite che i pastori locali dovevano seguire per non incorrere in sanzioni. Per esempio fu obbligo che il latte prodotto giornalmente dalle capre doveva essere venduto in paese e l’eccedente non venduto usato per fare il formaggio fresco e venduto sempre in loco, la carne doveva essere venduta al macello pubblico e mai a commercianti forestieri o dei villaggi vicini.

Francesca Sanna

(ilsarrabus.news)

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