Sarrabus

Published on giugno 16th, 2018 | by Redazione

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SARRABUS-GERREI, Il racconto di Natale Porcu e Graziella Quartu reduci dal Cammino di Santiago

Dalla fine degli anni ’80, da quando è stato riconosciuto itinerario culturale europeo dal Consiglio d’Europa, il cammino di Santiago ha avuto una nuova vita e non solo da parte di pellegrini che lo compiono per motivi religiosi. Persone di ogni nazionalità e che, per le più disparate ragioni, decidono di affrontare questa esperienza, lunga 775 chilometri per quel che riguarda quello che viene chiamato “il cammino francese”, il più frequentato (ce ne sono altri cinque), che va da Saint-Jean-Pied-de-Port a Santiago de Compostela, costellato dalle tipiche frecce gialle e dalle celeberrime conchiglie che ne segnano il percorso.

 

Reduce da questa esperienza è Natale Porcu, villaputzese, presidente della Protezione civile e appassionato di trekking. E racconta com’è nata l’idea di fare il cammino di Santiago: “Fino a giugno del 2016 non ne avevo mai sentito parlare e in ogni caso, dopo aver saputo di cosa si trattasse, non ci pensavo minimamente. E’ successa una cosa stranissima, dopo 6 mesi, a gennaio 2017 ho fatto un sogno che riguardava il cammino e mi sono svegliato con la voglia di farlo. Dopo dieci giorni avevo già in mano i biglietti e tutto quello che mi serviva. Sono partito da solo e lo consiglio, perché ognuno ha il suo passo e non rischi di rimanere indietro né di dover rallentare. In più è un modo per stare più a contatto coi propri pensieri”.

Serve seguire una sorta di burocrazia prima di partire, come ottenere la credenziale, una specie di passaporto del pellegrino che permette di alloggiare a prezzi abbordabili (in alcuni casi anche con un’offerta) negli “albergues”disseminati lungo tutto il percorso, gli ostelli, le strutture convenzionate in cui viene offerto un materasso (ma si dorme col proprio sacco a pelo), la doccia, una cena o la possibilità di cucinare e l’utilizzo della lavanderia per lavarsi la roba. Negli albergues non si può stare più di una notte se non per particolari motivi di salute, il giorno dopo si riparte. Prosegue Natale Porcu: “Dire che è un’esperienza bellissima è dire poco. E per la prima volta posso dire di avere davvero dialogato con Natale. Sono partito da solo, ma lì non sei mai solo e allo stesso tempo è un lungo percorso che ti fa stare a stretto contatto con te stesso, con i tuoi pensieri, con la tua vita. Non dico di essere cambiato, ma ammetto che adesso vedo le cose con occhi diversi”.

Nel suo racconto Natale Porcu insiste molto sul fatto che sia un’esperienza alla portata di tutti: “Le tappe non sono predefinite, quando uno si stanca si ferma. Ho incontrato persone di ogni nazionalità e età, uomini e donne anche più grandi di me. Puoi fare il cammino come vuoi, anche a più riprese, io ad esempio ne ho fatto un tratto quest’anno e uno lo scorso anno. Puoi dividere tu il percorso, è libero. Ho visitato posti bellissimi, città come Pamplona, Burgos, Portomarin anche se mi ero disabituato alle città, preferivo i piccoli paesini. Ho conosciuto una donna ipovedente che ogni anno fa una tappa diversa. E ho visto una famiglia di persone nord europee. Genitori, un figlio nel passeggino e l’altro figlio sulle spalle del padre”.

Natale Porcu è un esperto camminatore e suggerisce: “Si può dire che le nostre estremità siano i fattori più importanti. La testa e i piedi. Con la testa dobbiamo essere sicuri di quello che facciamo. E dei piedi dobbiamo averne cura. Servono scarpe da trekking già collaudate e prima di partire, se una persona è abituata alla vita sedentaria, deve fare allenamento, prepararsi. Una volta lì bisogna dosare le proprie forze perché il giorno dopo si riparte. E lo zaino non deve superare il 10-12% del peso corporeo. Si deve contare il peso al grammo. Nonostante questo, bisogna attrezzarsi, perché ci si imbatte in repentini cambi del meteo, da sole alla pioggia, dal caldo al freddo”.

Anche Graziella Quartu, di San Nicolò Gerrei, ha da poco realizzato il suo Cammino assieme ad altre due persone, partendo a 270 km da Santiago.

Dalle sue parole, l’emozione è più viva che mai, tanto da parlarne spesso al presente: “Se un anno fa qualcuno mi avesse proposto di fare il Cammino di Santiago la mia risposta sarebbe stata “No grazie” ma solo perché non era il momento giusto per me perché, come il “mio mentore” mi disse, è il cammino che ti chiama. Ebbene sì, il cammino mi ha chiamata e io ho risposto! L’ho affrontato perché, come qualcuno mi disse prima della partenza, non bisogna mai permettere alle proprie paure di trasformarsi in limiti”.

Descrive alla perfezione le sensazioni del primo giorno: “Quanto ho pianto! Sentivo un mix di ansia e entusiasmo tanta era la voglia di immergermi in questa grande avventura. Il mio cammino è iniziato con una valanga di emozioni positive ricevute non solo dalla mia famiglia ma anche da tante altre persone che inaspettatamente mi hanno riempita di messaggi di affetto”.

E continua: “Il cammino cambia il punto di vista delle persone, rendendo importanti le cose a cui non si dava la giusta importanza e rendendone futili altre. L’ultimo giorno ho provato una forte nostalgia verso un qualcosa che sta volgendo al termine ma con il sorgere del sole la nostalgia lascia spazio alla serenità e a una felicità crescente, alterno le lacrime ai sorrisi senza rendermene neanche conto, non si tratta di lacrime tristi. I chilometri sembrano non finire mai ma quando meno te lo aspetti Santiago è li davanti a noi, la cattedrale in lontananza e l’emozione cresce. Il suono di una cornamusa si fa sempre più forte ricordandomi il suono delle nostre launeddas. La cattedrale è li e noi tre stiamo arrivando, mano nella mano. Ci siamo, ce l’abbiamo fatta, ce l’ ho fatta! Il mio Cammino verso Santiago finisce così, con una fine che segna un nuovo inizio“.

Sara L. Canu

(ilsarrabus.news)

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