Cultura

Published on Dicembre 14th, 2022 | by Redazione

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CULTURA, Le launeddas, breve storia di uno strumento che racconta il Sarrabus e la Sardegna

Villaputzu è da sempre definita “la capitale delle Launeddas e patria dei più grandi Maestri suonatori”. In questo percorso, lo strumento tipico della musica tradizionale sarda “Le Launeddas” viene esposto in tutti i suoi aspetti: dalla storia allo strumento alla musica. Si racconta come la creatività e l’ingegnosità dei costruttori del passato abbia portato l’utilizzo di questo meraviglioso ed affascinante strumento ed il suono eccezionale che affascina chiunque lo ascolti. Il repertorio tradizionale delle Launeddas è fortemente legato al ballo sardo, come accompagnamento della liturgia della messa, delle processioni religiose, delle feste tradizionali, come accompagnamento del canto e strumento solista. Possiamo accennare l’esistenza di diverse scuole, dato che le Launeddas sono da sempre state uno strumento musicale diffuso in tutta la Sardegna. Oggi sopravvive in determinate zone, tanto da poter parlare delle scuole del Campidano, Sarrabus, Sinis, Trexenta. Le Launeddas costituiscono uno dei più antichi strumenti polifonici dell’area Mediterranea e rappresenta lo strumento distintivo della musica tradizionale sarda. Fissare una data precisa della nascita di questo strumento è pressoché impossibile.
Gli archeologi hanno datato la sua origine alla Preistoria grazie al rinvenimento di una statuetta di bronzo, meglio conosciuta come “Aulete Itifallico”di Ittiri risalente all’Età Nuragica, raffigurante un uomo che suona uno strumento a fiato costituito da tre canne, del tutto identico alle Launeddas. Molto probabilmente è riconducibile alla presenza Fenicio-Punica, ovvero ai popoli di origine Mesopotamica che intrattenevano rapporti commerciali con l’isola sin dai tempi antichi. Questo era conosciuto dai tempi degli antichi Egizi, infatti ci sono degli strumenti a fiato raffigurati nelle pareti interne delle piramidi ed i Greci si esibivano con gli Aulos, strumenti a fiato simili. Invece nel Nord Africa viene utilizzato uno strumento affine, ma con caratteristiche diverse, l’Arghul. Nel corso dei secoli questo strumento ha sicuramente subito dei miglioramenti dal punto di vista tecnico-musicale, ma per contro hanno subito pochi cambiamenti costruttivi e strutturali. “Is sonus de canna”, così come sono anche chiamate le Launeddas vengono chiamate anche Cuntzertu perché le tre canne sono in armonia tra loro. Quelli attualmente più usati sono: Fioràssiu; Punt’e Organu; Mediane suddivise in Mediana, Mediana Pippia e Fiùda; Spinellu suddiviso in Spinellu, Spinellu a Pippia e Fiuda Bagadia; Zampogna; Frassettu. La parola Launeddas indica l’insieme delle tre canne così chiamate: Il più lungo Su tumbu o bàsciu; il secondo, di media lunghezza, è la canna melodica con toni diversi denominata Sa mancosa, che è sostenuta e suonata con la mano sinistra; questa si trova fissata al tumbu per mezzo di robuste legature di spago impeciato e da esso tenuta leggermente distanziata per mezzo di un ponticello; il terzo è la canna melodica denominata Sa mancosedda o destrina, la più sottile che si trova libera e viene sostenuta e suonata con la mano destra, produce i suoni più acuti.
Le canne melodiche sono provviste di quattro fori di sezione quadrangolare denominati crais che venendo otturati con le falangi consentono di riprodurre e modulare le note. Poi si ha un foro supplementare rettangolare denominato arrefinu, allineato con gli altri quattro lungo la parte frontale della canna. L’imboccatura delle Launeddas è costituita dal cabitzinu, che è un corto tubicino di canna chiuso nella parte superiore del nodo naturale della canna stessa, sul quale si trova un’ancia vibrante semplice, la linguazza. Per la costruzione delle Launeddas si usa la canna di fiume Arundo Donax, o canna comune, e l’Arundo Pliniana così denominata in onore del naturalista Plinio il Vecchio. E’ diffusa solo nell’area mediterranea, detta canna masca o cann’e Seddori più carnosa e resistente, un tipo particolare che cresce principalmente nel territorio compreso fra Samatzai, Sanluri e Barumini, dove cresce spontaneamente sui terreni fertili. La canna viene raccolta recidendola alla base. Il periodo migliore per la raccolta è quello invernale, quando il ciclo vegetativo è fermo. Si consiglia di raccoglierla sempre in luna calante, per evitare che si tarli, si indica l’ultima settimana di Dicembre fino alla luna calante di Febbraio come il momento migliore per la raccolta.
Le canne tagliate verranno poi legate tutte assieme in piccoli fasci e disposte in posizione verticale in luoghi freschi poco soleggiati ma ben areati. Ciclicamente verranno accuratamente controllate, eliminando quelle che portano segni di deterioramento, verificando la presenza di tarli che possono bucare le pareti e danneggiare irrimediabilmente le canne. La stagionatura deve durare almeno un anno per permettere alla canna di perdere totalmente la sua acqua. Le canne che si son ben conservate vanno pulite ed esaminate attentamente una ad una per eventuali irregolarità. Opportunamente lavorate restituiscono un suono eccezionale. Le Launeddas, quando non utilizzate, vengono riposte dal suonatore nel così detto “Straccasciu”. Si tratta di una custodia molto spessa di vera pelle, che può essere di sezione circolare di diametro di circa 12 cm ed un’altezza di 90 cm, oppure quadrangolare con coperchio e tracolla per agevolare il trasporto e durante l’esibizione. Il cuoio ha delle caratteristiche particolari: peso ridotto, resistente agli urti, traspirante. Quest’ultima caratteristica è molto importante perché consente agli strumenti di perdere gradualmente l’umidità che si crea durante l’utilizzo. Il suo interno è generalmente rivestito di sughero che svolge la funzione di isolante termico con l’esterno, dato che lo strumento risulta molto sensibile agli sbalzi di temperatura. Può essere personalizzato all’esterno con incisioni tradizionali o particolari cuciture talvolta con spago impeciato. Sino alla fine dell’800 ed i primi del 900 era in uso costruirlo in latta con spessore di circa 0,5 mm; il fondo ed il tappo erano in legno. Il tutto veniva rivestito con una guaina di cuoio, in quanto i rischi di eventuali danni agli strumenti era ricorrente perché i suonatori si spostavano in  bicicletta o a piedi. L’accordatura delle Launeddas è una operazione complessa che viene svolta dal costruttore, viene effettuata appesantendo o alleggerendo le ance con l’ausilio di cera d’api.
Le diverse condizioni di temperatura e di umidità possono esercitare un’influenza notevole sull’intonazione. Per poter suonare lo strumento è necessario imparare la tecnica del fiato continuo, una tecnica molto difficile che richiede abilità nel fiato ed esercizio. Questo strumento venne studiato da diversi esperti stranieri che si sono occupati di esaminare le tradizioni della cultura sarda tra cui: Max Leopold Wagner, Alberto Della Marmora, Maurice Le Lannou, Andreas Fridolin Weis Bentzon. Ma soffermiamoci proprio su quest’ultimo. A.F.W. Bentzon fu un etnomusicologo ed un antropologo tra i più importanti studiosi di strumenti musicali della Sardegna. Nato a Copenaghen nel 1936 e morto nel 1971 a soli 35 anni nella stessa città. Nel 1952 giunse per la prima volta in Sardegna, rimanendo affascinato dalla musica popolare sarda, rimanendo colpito soprattutto dal suono delle Launeddas. Incuriosito da tutto ciò vi fece ritorno nel 1953 e nel 1955 recandosi a Santa Giusta, nell’Oristanese. Poi ritornò tra il 1957 ed il 1958 con una borsa di studio, si recò in diverse zone della Sardegna: Cabras, Ortacesus, Cagliari, Oristano, Nule e Villaputzu dove iniziò una lunga amicizia con il maestro suonatore di Launeddas Antonio Lara. Fu affiancato in questo lungo lavoro dalla moglie Ruth Zedeler che si dedicò soprattutto alla fotografia. Incontrò diversi suonatori di Launeddas, effettuò stupende registrazioni, fotografie, filmati raccolti fino al 1969 e scrisse una cospicua quantità di articoli su riviste scientifiche. Nelle sue ricerche e studi analizza lo strumento musicale, il ballo sardo, il legame con l’aspetto religioso. In tutto il suo operato si intravede l’amore per la cultura sarda, il rispetto per le persone ed i luoghi che raccontavano la storia locale tra tradizioni e musica.
Francesca Sanna (ilsarrabus.news)

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