Cultura

Published on Ottobre 23rd, 2019 | by Redazione

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MEMORIE. Tziu Manuelleddu, l’eterno bambino di San Vito

C’era una volta, in un paesino addormentato ai piedi delle montagne del Sarrabus, un bellissimo bambino. Sin dal suo primo vagito, l’ostetrica disse a sua madre: “Tuo figlio è un prodigio! Farà magie”. La donna, accasciata sul letto, grondante sudore e lacrime, piegata dal travaglio e dal parto che con sé portano atroce sofferenza, guardò con stupore quel battufolino avvolto tra le fasce e che l’ostetrica le porgeva. Aveva grandi occhi neri, vispi e sorridenti, la testa tutta pelata senza l’ombra minima di un capello e il corpicino esile.

 

Iniziò a cercare con dolcezza, ma pertinacia il seno della propria madre: aveva un appetito pantagruelico e non vedeva l’ora e il minuto di ingurgitare l’oro bianco di tutti i neonati. Alla fonte battesimale, gli fu dato il nome di Emanuele, “Dio con noi”. Fu facile affezionarsi a quel pupetto che, man mano che il tempo passava, dimostrava di avere un cuore grande grande come una miniera inesauribile di fantasia e di colore. Amava correre per i verdi campi del suo terreno di famiglia a Santa Rosa e giocare con il suo gattino Zipuhedda e con la sua cagnolina Clorinda.

La pioggia era il momento giusto per incollare il naso alla finestra e contare le gocce che scendevano dal cielo. E il vento, l’amico con cui gareggiare in piena libertà. Il bimbo cresceva in anni, ma restava sempre piccolo piccolo, come avesse avuto all’incirca cinque o sei anni. In seguito, dopo visite accurate compiute dal suo dottore di famiglia, la madre scoprì che il suo Manuelleddu sarebbe rimasto per sempre un eterno bambino, essendo affetto da un nanismo genetico.I suoi compaesani, i sanvitesi, lo adoravano e chi ebbe modo di fare la sua conoscenza, ne custodisce ancora la memoria e i ricordi sono tutti velati da un profondo e incommensurabile affetto.

I bambini, quando egli diventò adulto, si rivolgevano a lui con deferenza, chiamandolo “tziu Manuelleddu” e lo adoravano, perché egli donava loro sempre delle dolcissime caramelle al latte, una tal leccornia da leccarsi tutti i baffi. La nota dominante del suo carattere era la simpatia e col suo vestito sempre nero come il carbone e il capello a tesa larga sulla testa, si distinse per l’aver posseduto il grande dono del far divertire gli altri.

Divertire ha in sé la radice del desiderio di fare cambiare rotta agli avvenimenti, attuando in essi un diversivo e quando a San Vito fu portato il circo, Manuelleddu fu ingaggiato per lavorare ivi. Famoso, spassoso e foriero di applausi fu il numero in cui, mentre un acrobata saltava su una sbarra, egli vi passò tranquillamente sotto, come se fosse stata una quisquilia. L’ometto, col tempo, ottenuto il plauso del pubblico nei suoi numeri circensi, lasciò il paesello e pure quelle pecorelle alte quasi quanto lui e iniziò a peregrinare per l’Italia e la Francia, riscuotendo altrettanti encomi.

Tutto questo accadde oltre 35 anni e la memoria di ziu Manuelleddu non si è dissolta completamente, probabilmente si è solo un po’ attenuata, dato che questo mio racconto è frutto in parte della mia fantasia e in parte delle testimonianze raccolte dai commenti intorno a codesta foto, pubblicata su un gruppo Facebook dedicato a San Vito. Le domande e la curiosità sul “piccolo gigante del sorriso” sono tante, varie e tutte aperte in nome della ricostruzione della memoria.

Laura Cireddu

(ilsarrabus.news)

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