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Published on Marzo 2nd, 2019 | by Redazione

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IL RACCONTO. La valigia di cartone, fedele compagna di tanti emigrati sarrabesi (MARIA CINUS)

Giace stanca la valigia marrone, scorticata, dimenticata. Vuole raccontare la tristezza di un viaggio… Del viaggio di un uomo, che nella sua terra aveva consumato ogni speranza, il viaggio di un migrante. Certo migrare non era tra i suoi sogni, ma il bisogno ne aveva fatto la sua meta. Partire. Quella era la sua speranza, la sua ultima speranza. Partire, e nella valigia poca biancheria pulita, un po’ di cibo. Poche cose essenziali, misere cose.

 

Partì presto alla mattina l’uomo. Partì, lasciando una bambina dagli occhi grandi e dalla rabbia che le stringeva il cuore, rintanata tra le gambe di una madre in lacrime. L’uomo si avviò con il suo passo umile, stringendo il manico della valigia di cartone; la teneva stretta tra le mani callose, mani abituate alla fatica, mentre aspettava la corriera. L’autista gliela prese delicatamente dalle mani, come se avvertisse quel carico di disperazione, e la aggiunse alle altre valigie stipate nel bagagliaio. Si assomigliavano un pò tutte quelle valigie. La corriera ripartì con un sobbalzo che lo obbligò bruscamente a sedersi.

Entrambi, lui e la valigia, si affidarono a quel brav’uomo dell’autista, il quale guidava sprofondato nel sedile con il gomito poggiato sul bracciolo: pensò che anche lui era parte di quella terra che stavano lasciando per chissà quanto tempo.

La corriera era satura dall’odore di sudore e di aria viziata e l’uomo con il capo poggiato sul vetro del finestrino, lo sguardo perso tra i suoi monti, cercava con gli occhi gli alberi aggrappati alle rocce, ingobbiti dal vento e dal tempo. Poi si assopì per un pò. Tra le curve, i sobbalzi e le improvvise accelerazioni, tra brevi salite e nervose discese, la corriera avanzava impettita nascondendo i suoi anni. Poi gli scossoni divennero più rari e la corriera si allungò nei rettilinei della pianura.

Ecco la città, dove si prendeva la nave per andare in “continente”; ma prima bisognava recuperare la vecchia amica che era stata al buio tutto il viaggio. Quel giorno, sul molo d’imbarco, molta gente aspettava con il fagotto stretto, lo sguardo triste e sperduto. La valigia, come un cane fedele aspettava anch’essa, silenziosa, in mano all’uomo. Era lui a tenerla, ma sembrava essere lei, insensibile agli scossoni della gente e ai colpi delle valigie rivali, ad accompagnarlo come fosse un bambino da difendere,.

L’uomo cominciava ad essere affaticato con le braccia a penzoloni e la valigia in mano. Erano piccoli di fronte a quella nave così grande. Salirono e si sistemarono sul ponte, lui seduto su una panca, lei accucciata accanto. Quanto tempo sarà passato? Finalmente la nave si mosse e lasciò il porto, allontanandosi sempre di più fino a che dalla riva sembrò solo un puntino bianco…

Entrarono all’interno, scelsero un’altra panca e stavolta si sistemarono assieme. La notte la valigia si trasformò in cuscino: certo non aveva le federe profumate di bucato fresco, ma quell’acuto odore di cartone trasmetteva all’uomo l’unico segnale di familiarità in quell’ambiente in cui tutto gli appariva ostile e straniero. Ci si era poi messa una fastidiosa nausea, dovuta all’onda lunga del mare. Il viaggio fu interminabile, ma com’era nell’ordine delle cose, arrivarono.

Le case erano tutte di cemento, c’erano pochi alberi in quella città e questo la rendeva più triste, un mostro grigio pronto ad aprire le fauci per sbranarlo. L’uomo si sentiva smarrito, perso tra il frastuono del traffico e tutta quella gente senza volto. Il suo passato, i suoi affetti, lì non contavano più nulla, davanti solo un orrido precipizio nell’ignoto. Non c’era nessuna famiglia ad attenderlo… Solo la sua vecchia, fedele valigia lo accompagnava!

Era come se le stesse note della stessa ansia che opprimeva l’uomo, accordassero, ignaro strumento, la valigia e la spingessero a seguire i passi di lui, quasi per dare quella forza e quell’aiuto di cui l’uomo, come un gatto sperduto, aveva bisogno. Rinfrancato, consultò il foglietto con l’indirizzo dove doveva essere il suo futuro alloggio. La casa era neutra, come lo era la sua camera, buia, indefinita. Lì passò la sua seconda notte lontano da casa.

Il mattino seguente, lo stridente rumore della sirena risuonò a lungo e il migrante partì per il suo cantiere abbracciato da una giacca con il bavero alzato, troppo leggera per il freddo del nord. E furono tanti giorni di duri sacrifici. Aveva sistemato la sua valigia sotto al letto ed ogni sera al suo ritorno la guardava: questo gli dava l’illusione che ci fosse qualcuno ad attenderlo, fedele. Così faceva tutte le sere, come se condividessero un identico linguaggio, un linguaggio capace di resistere alle umiliazioni che gli venivano inflitte e alle tristezze che lo opprimevano. E così faceva ogni mattina, quando lasciava la stanza. E quando la nostalgia si faceva più forte, traeva conforto dalla sua vista e pensava che lì dentro c’erano i suoi sogni, che doveva resistere e lottare per un futuro migliore.

Durante il periodo delle feste, la fabbrica chiuse ed arrivò il grande momento. Si ripartiva! Il giorno tanto atteso era arrivato. Si ripartiva davvero! Considerò che quel mese aveva percepito la tredicesima e ne destinò una parte all’acquisto di regali per i suoi cari. Con estrema cura, li sistemò dentro la valigia, che aveva assunto l’aspetto di un ghiottone davanti a un succulento pasto e piena come non mai, sembrava esprimere la sua soddisfazione.

Era di domenica quando il migrante tornò al paese con la valigia rigonfia che gli piegava il corpo da una parte, rallentandogli il passo. La bambina corse incontro all’uomo giù per la via e, messa la manina sulla valigia, li riportò entrambi a casa. L’uomo si guardò intorno come se non riconoscesse più la sua casa. Era passato molto tempo ma erano di nuovo tutti insieme. A casa. Erano di nuovo una famiglia.

Maria Cinus

(ilsarrabus.news)

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One Response to IL RACCONTO. La valigia di cartone, fedele compagna di tanti emigrati sarrabesi (MARIA CINUS)

  1. Massimo Pisu says:

    Mi vengono le lacrime, grazie! Sono nato a Villaputzu. Mio padre partí in Germania. Avevo 4 anni quando sono stato costretto a lasciare la mia amata Sardegna e a 51 anni sono ancora in Germania e ci rimarró. Ormai è passato tanto tempo che mi sono abituato alla vita a “casa”. Ma la patria è, e rimane, nel mio cuore Seu e abarru sardu!
    Quando rientro in Sardegna per ferie, mi dicono: Arriva il tedesco. In Germania mi dicono: Der Italiener. E mi chiedo, dove appartengo? Si, sono cresciuto in Germania. Ho fatto le scuole, apprendistato, lavoro ecc. Mi so esprimere meglio in tedesco che in italiano. Ho figlie mezzo it/ger e mia moglie è sarda fantastica. Ma l’amore x la sardegna rimane e non me lo toglie nessuno. Un saluto

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