Cultura

Published on ottobre 27th, 2018 | by Redazione

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STORIA. Villasimius e la raccolta del corallo

La raccolta del corallo in Sardegna è nota sin dall’antichità, come testimonierebbe anche un vago di collana proveniente dalla tomba 439 di Cuccuru is Arruis di Cabras che viene datato al V millennio a.C..

 

Sul passaggio dalla raccolta in battigia alla pesca vera e propria non abbiamo notizie certe. Sta di fatto che le peschiere coralline del Mediterraneo vennero sfruttate sin dall’età storica, come testimoniano le fonti classiche dalle quali emergono tre principali funzioni del corallo: medica, apotropaica e magica, ornamentale e commerciale. Le fonti letterarie attestano, inoltre, l’utilizzo del corallo anche a scopo cultuale in alcuni templi, in particolare in santuari ubicati vicino al mare e dedicati ad Hera, come quelli di Samo e di Delo, dove verrebbe confermata la funzione cultuale attraverso l’utilizzo di rametti grezzi quali ex voto. Un interessante esempio di questa ultima funzione è dato dal santuario di Tag Silg a Malta, imponente complesso cultuale frequentato dal neolitico all’età cristiana. Qui sono stati rinvenuti otto rametti di coralli bianco databili per lo più al periodo tardo repubblicano o primo imperiale ed interpretati quali ex voto ad Hera in funzione di dea protettrice della navigazione.

Alcuni autori, quali Plinio, documentano come fosse sfruttato il corallo del sinus Gallicus, nonché quello ante Neapolim e quello di Sicilia e fosse esportato soprattutto in India e in Gallia. Confermano le loro notizie fonti asiatiche del I sec. a.C. – I sec. d.C. che testimoniano l’importanza di questo commercio con i popoli del Mediterraneo. I corallo costituiva un prodotto destinato al commercio anche nell’area fenicio – punica e nella stessa Bibbia è annoverato fra gli oggetti preziosi commerciati con Tiro.

Anche l’archeologia subacquea viene a supporto delle fonti letterarie: il relitto del Sec a Maiorca, ad esempio, ha restituito corallo rosso in un carico a forte componente fenicio – punica, mentre in un relitto greco arcaico di Marsiglia della fine del V sec. a.C. la presenza di corallo incrostato nell’impeciatura interna dello scafo farebbe pensare ad un’imbarcazione adibita proprio alla pesca del corallo. Ancora, nel relitto di una nave islamica del XIII secolo rinvenuto a Capo Galera in Sardegna sono stati ritrovati circa 10 kg. di corallo grezzo in un contenitore vegetale ormai disfatto.

In età medioevale, il corallo risulta fra i prodotti esportati in Siria nel IX secolo dagli Amalfitani e nel X secolo Genova, Venezia, Barcellona e Napoli lo importavano dal Nord Africa per esportarlo in Oriente. Le fonti arabe del X secolo d.C. citano trattati decennali coi marinai italiani, ma accanto all’esportazione si svolgeva un’attività diretta a sfruttare le risorse locali. Nel XII sec. d.C. pisani, genovesi, provenzali, liguri, si alternavano nello sfruttamento delle risorse corallifere presenti fra Sardegna e Corsica.

In un documento del XIII secolo d.C., un protocollo di notaio ignoto, si legge di un certo Giovanni Galese di Marsiglia che il 2 maggio 1262 prometteva di andare con Raimondo di Roberto di Marsiglia “in barcha sua in Sardinia pro corallo”. Nel XII e XIII secolo d.C., come testimonia lo Statuto del porto di Cagliari dell’epoca, i Pisani avevano a Cagliari un traffico di coralli ben organizzato, mentre già nel XIV secolo d.C. si profilava la superiorità di Alghero per al qualità del prodotto.

I primi documenti conosciuti relativi alla pesca del corallo a Carbonara risalgono, però a tempi più recenti, allorquando le spinte dell’Impero Ottomano, le incursioni dei Barbareschi provenienti dal Nord Africa, la guerra di corsa e le azioni della nemica Francia tra la fine del Quattrocento e i primi del Cinquecento costrinsero gli Stati della Corona di Spagna a dotarsi di strutture difensive per i centri abitati costieri.  E’ del 1520, infatti, la testimonianza di una “galera de turcos” nelle acque di Carbonara. I parlamenti sardi e le autorità religiose chiedono fortificazioni, presidi ed aggiornamento degli armamenti a tutela delle coste. Il pericolo è continuo e costante e si ripercuote anche sugli atti di concessione per la pesca del corallo, dove vige la clausola per il concessionario di dotarsi di strutture difensive.

Uno di questi atti fa riferimento proprio a Carbonara: è il 3 febbraio del 1553, quando il Procuratore Reale del Regno di Sardegna concedeva l’appalto per la pesca del corallo e per la pesca del tonno nel mare antistante Carbonara ad Antonio Ledda, mercante di Cagliari già impegnato nell’attività della pesca del corallo a Tabarca, e di Azor Zapata, cavaliere ed alcalde di Castel di Cagliari “No puede negar el fisco que haviendo concedido a Antonio Ledda y Azor Zapata, mercantes de esta ciudad, la pesca de los corales en los mares de Carbonara come el poder fabricar un bastion o torre por custodir y defensa”. Veniva in sostanza concesso a Antonio Ledda e Azor Zapata di effettuare la pesca del corallo nel mare di Carbonara e con essa quella dei tonni “la pesc de los corales en los mares del Carbonara y erigir una almadrava en la mesma, para pesca de attunes con fabricar en su continente torres y bastiones para conservacion de las pescas tanto de corales como de attunes”. Nello stesso 1553, a seguito di una operazione finanziaria, i due concessionari cedevano, però, il diritto appena acquisito all’impresa di Germano e Sebastiano Vassallo di Portofino.

Una clausola di tale tipo di concessioni imponeva la costruzione di opere di fortificazione e difesa a tutela dell’attività ai concessionari, a dimostrazione della costante situazione di pericolo a cui erano sottoposte le coste: il 3 agosto del 1553, infatti, il Vicerè di Sardegna Fernadez de Heredia segnalava al sovrano la presenza di una potente flotta turca e francese di circa cento vascelli che si trovava al largo di Capo Carbonara. L’edificazione di torri difensive e l’assunzione di guardie a cavallo per la tutela dei litorali, come testimoniato da varie relazioni del Cinquecento, diviene prassi comune. Nel XVI secolo,  alcuni autori, fra cui il Fara, attestano a Carbonara l’esistenza di una torre chiamata ’”Arcem Veterem”(Fortezza Vecchia), di cui il De Sena parla proprio come ricovero per i corallari.

Ancora, le fonti archivistiche ci notiziano dell’esistenza della tonnara di “Carbonayre” nell’agosto 1591, a cui nelle precedenti fonti era associata in concessione la pesca del corallo,  e che per la sua difesa nella Torre Fortalesa Biesa de Carbonayre” venne inserita una guarnigione. Pochi anni dopo, il 28 giugno 1599, il Consiglio Patrimoniale discusse sull’opportunità di lasciare un presidio nella torre di Carbonayre, dato che la tonnara che doveva difendere non era più in attività: “la atunara per la Regia Cort en lo loch de Carbonayre, per guarda y custodia de aquella se posaren en la Fortalesa Vella de dit lloch un alcait y dos soldats, quals ha pagat y paga la Regia Cort“.

Un periodo difficile, quello fra il XVI ed il XVII secolo, in cui i frequenti attacchi dei Barbareschi resero pericolose tutte le attività svolte a ridosso delle coste. Probabilmente, le attività legate alla pesca come quelle legate alla raccolta del prezioso materiale, furono le prime a soffrirne, fino al diradarsi degli attacchi ed alla pacificazione del Mediterraneo.

Infine sappiamo che fra le principali secche dell’Isola di Sardegna su cui operavano le coralline torresi nel Settecento vi erano quelle del Capo Carbonara: Fortezza Vecchia ed Isola dei Cavoli.

Secondo le fonti storiche, i banchi si trovavano a profondità variabili dalle 60 alle 80 braccia. “Fu a pescar ne’ mari di Sardegna anni ventisei circa addietro (1763) con diverse barche di questa…”, testimonia il corallaro trapanese Giovan Battista Castagna.

Insomma, in tempi in cui non si parlava ancora di Area Marina Protetta, chissà se il Codice Corallino di Ferdinando IV di Borbone è stato rispettato dai pescatori di corallo che frequentavano i mari di Carbonara

Elisabetta Valtan

(ilsarrabus.news)

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