STORIA, Un terremoto scosse il Sarrabus oltre quattro secoli fa, ecco cosa raccontano i vecchi documenti
Era un giugno di oltre quattrocento anni fa (il 4 giugno) quando un sisma pari, forse, al sesto-settimo grado della scala Mercalli fece tremare le coste della Sardegna sud orientale. I rilievi, naturalmente, furono empirici: allora non esistevano strumenti per misurare la magnitudo. I posteri ne hanno avuto notizia da una laconica scritta sulla pietra che si trova nell’antisagrestia della Cattedrale di Cagliari. Niente di più. Finora. Se non la testimonianza del parroco di Selargius che allora manifestò la sua paura che gli crollasse tutto attorno, le case, le chiese i pavimenti che si abbassavano sotto i piedi anche di un metro e mezzo. Insomma la scossa di allora era ben più forte di quella sentita nei giorni scorsi nel nord dell’Isola. Ora le informazioni su quel primo importante terremoto sono altre e molto più dettagliate. Arrivano dall’istituto di storia dell’Europa Mediterranea del Cnr di Cagliari diretto dalla dottoressa Maria Grazia Mele. Qui dal 2009 gli studiosi si occupano di sismologia storica. Significa che vanno a spulciare fra i documenti antichi che attestino, provino e informino su quelli che sono stati i movimenti della terra in passato.
Il 1616 è la prima delle date utili allo scopo. Da qui è partito un giovane ricercatore «a contratto», un borsista della Regione, Daniele Vacca, collaboratore Isem-Cnr di Pirri che si è chiuso nelle stanze dell’archivio di Stato di Cagliari finchè non ha fatto il piccolo, importante e gustosissimo scoop attraverso il quale si è fatta piena luce su quel terremoto. Molto ci racconta la relazione del priore di Selargius che di quella scossa fu testimone, ma ancora di più i rapporti fra spagnoli e turchi che facevano a gara a chi era il più bravo a occupare territori e difenderli gli uni dagli altri. Gli spagnoli in quel terremoto ebbero seriamente danneggiate otto torri di avvistamento collocate nel sud della Sardegna. Importantissime per la difesa del resto dell’isola. Non potevano essere ridotte a ruderi inefficienti lasciando il territorio in balia del nemico. Da qui l’esigenza di restaurarle nel più breve tempo tempo possibile e nel migliore dei modi. In due mesi gli atti erano già pronti e i lavori assegnati a operai sardi che lavoravano a cottimo seguendo precise regole e un rigido contratto. Il terremoto avvenuto al largo di Capo Carbonara nel sud est dell’isola aveva colpito la torre di Cala Pira (Castiadas), la torre dell’isola di Serpentara, la torre di Porto Giunco, quella dell’Isola dei Cavoli e la Torre di Cala Catalina (Villasimius); danneggiata anche la torre di Capo Boi (Sinnai), la torre di Monte Fenugu (Maracalagonis e quella di Cala regina (Quartu Sant’Elena). Tutte gravemente lesionate dal terremoto ma anche dall’incuria e dall’erosione, dalla mancanza di interventi di ordinaria amministrazione (vedi la modernità) e dalla scadenza dei materiali impiegati. Le carte scoperte e tradotte dal nostro infaticabile ricercatore ci rivelano infatti che fosse prassi comune anche in quegli anni utilizzare – contro quanto stabilivano il memoriale e le leggi – (allora come oggi), sabbia di mare impastata con acqua di mare. Un sistema sicuro per non garantire solilidità e sicurezza.
Ecco perché gli spagnoli, persone accorte ed esperte in frodi, per valutare l’ammontare dei danni subiti dalle otto torri, incaricarono un loro ufficiale, don Antonio de Bacallar, che era anche il rappresentante dello Stamento o Braccio ecclesiastico nei Parlamenti sardi. Non solo, nell’appalto erano indicati anche i materiali che si sarebbero dovuti impiegare per il restauro di ogni singola torre. Ma l’avvertimento principale che venne fatto ai maestri muratori che si fossero aggiudicati il cottimo per il restauro delle torri era quello di non fare più lavori di quelli contenuti nel memoriale. Perché non sarebbero stati pagati un «lliures» in più rispetto a quanto stabilito (alla faccia dei lavori attuali gonfiati dalle spese fuori preventivo). Inoltre i committenti avrebbero pagato solo e unicamente la calce impastata con acqua dolce in rapporto di 1 a 1 «la cui mistura fosse stata realizzata con una coffa grassa di sabbia e una coffa di calce al colmo». Difficile per noi capire di cosa si trattasse, ma certamente le parti si erano intese perfettamente. Sono passati oltre quattrocento anni e nulla sembra essere cambiato. Ma qualche insegnamento per i lavori in corso e quelli futuri in programma nelle zone terremotate si potrebbe ricavare. (ilsarrabus.news)
:
