Cultura

Published on Agosto 6th, 2018 | by Redazione

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LIBRI. “La Ribelle” di Leonardo Guerriero, innamorarsi di una “pazza”

Sono pazza. Sono pazza. Sono pazza.”, si ripeteva la povera Francesca, leggendo furtivamente la propria cartella clinica, mentre tutti erano impegnati nel riportare la calma nel reparto di psichiatria, dove era stata ricoverata in seguito ad un tentativo di suicidio. È così che mi ha investito questo romanzo – testimonianza, intitolato “La Ribelle”, di Leonardo Guerriero. Con una naturalezza disarmante lo scrittore ci inoltra in una realtà assai diffusa, ma volutamente tenuta in disparte da una società che tende a valorizzare e premiare essenzialmente la perfezione.

 

Francesca viene lasciata a sé in quell’universo, parte ignoranza e mistero, parte senso di vergogna, inferiorità, lacerante solitudine nelle quali si trovano a vivere le persone affette da malattie psichiatriche gravi.

Nel caso specifico della protagonista del libro, si parla di disturbo borderline della personalità. Non solo Leonardo, che ritrova Francesca su Facebook dopo decine di anni, scopre a bruciapelo la dura verità su di lei, ma lei stessa viene a conoscenza in età adulta della gravità del suo stato di salute mentale.

Leonardo sta vivendo quel momento in cui ci si sta per innamorare di qualcuno, quando scorge i segni inequivocabili dei tagli sui polsi di Francesca. Improvvisamente cade nel vortice del dubbio: me la dò a gambe levate o resto? Non si sa spiegare effettivamente il motivo preciso della sua decisione di restare, ma chiede a Francesca di raccontargli tutto, di lei, del suo passato, della famiglia.

Lei accetta di farlo, nonostante questo possa procurarle profondo dolore e un certo grado di destabilizzazione psicologica che potrebbe rivelarsi fatale. Lentamente Leonardo inizia a conoscere il vissuto di Francesca e capisce che i suoi comportamenti, inaccettabili per chi si definisca “normale”, sono la conseguenza di una malattia inesorabile che non dà nessuna scelta alla vittima che ne soffre, tranne quella di uccidersi, estrema forma di ribellione per mettere fine ad una sofferenza intollerabile. Francesca racconta il suo stato d’animo appena dopo il tentato suicidio, che le dona la sensazione di una forma di libertà e pace che rasentano il passaggio ad altra dimensione, il distacco quasi totale della mente dal corpo, un viaggio tutto immaginario dove finalmente ogni cosa sembra aver trovato la sua perfetta collocazione. Un luogo dove nulla può più ferire la sua anima dolce e inconsapevole.

Lei, remissiva e diligente, prova incessantemente a condurre un’esistenza apparentemente vivibile, assecondando chi le sta vicino senza amarla veramente, che invece la tradisce, allontanandola e lasciandola puntualmente sola col suo incolmabile strazio.

Ma non solo. La sua famiglia d’origine è disfunzionale al punto da causarle sostanzialmente la malattia: una madre anaffettiva succube di un padre assente, violento, nocivo. Un fratello che la usa per i suoi bisogni e la emargina quando non gli serve più. Menefreghista all’eccesso, che la costringe a risolvere in assoluta mancanza di collaborazione e aiuto i drammi materni e familiari in genere, dei quali lei si assume completa responsabilità spesso rinunciando anche a sé stessa. Un elenco poi di uomini disumanamente incapaci di comprendere la difficoltà di vivere di una donna come lei, costantemente in balia del suo male e del tutto il negativo che la circonda.

Il quadro che si apre alla vista di Leonardo è sconcertante, tristissimo, dai risvolti tragici e dalle problematiche insormontabili. Chiede aiuto ad un’amica esperta, Valeria.

Lei cerca di metterlo in guardia sulla co-dipendenza, un’eventualità possibile quando si sta strettamente a contatto con disturbi come quello di Francesca. Leonardo studia, si informa con le risorse a disposizione, siti web, riviste. Chiede a Francesca di entrare in un gruppo di aiuto sul social, al quale lei è iscritta, per provare a capire il suo caos interiore, fatto di sbalzi ď umore repentini, aggressioni immotivate, urla, parole insensate e desiderio di morte.

I racconti di Francesca continuano e sono costellati di angoscia, paura, trame di vite interrotte in una stanza-cella di ospedale. Frammenti di esistenze sospese negli abissi di destini scritti da penne maledette.

Leonardo si è innamorato di Francesca. Lui la vuole salvare. O forse salvando lei salverà anche sé stesso, non immune da situazioni familiari e personali complesse. Leonardo sa benissimo che Francesca non guarirà mai. Che entrambi dovranno convivere col terrore dell’abbandono. Con le crisi di lei, gli attacchi di panico, i gesti estremi, la violenza, i ricoveri, le notti insonni, il rifiuto. Ma non vuole lasciarla sola come hanno sempre fatto tutti.

Sa altrettanto bene che la vita di Francesca non è una sua responsabilità, ma non riesce a staccarsi da lei. Vuole amarla, programma un matrimonio; ce la mette tutta per restituire a Francesca il dono della gioia, della lievità. Ma si rende conto giorno dopo giorno che il suo desiderio è irrealizzabile. L’evidenza lo mette di fronte a una realtà irreversibile. Lui non può fare niente per lei. Può soltanto starle accanto, se lei glielo permetterà, e amarla incondizionatamente come si fa con i bambini. Lei è la sua bambina…

Alla fine del romanzo l’autore ha riportato alla lettera alcuni post di malati psichiatrici, presi dal gruppo Facebook di auto aiuto al quale aveva chiesto di iscriversi. La stessa Francesca ha rivelato che quello è l’unico posto sul pianeta in cui si sente libera e serena nel poter esternare i suoi pensieri più intimi, senza percepire disperatamente la sua condizione di “diversa, malata, matta”. Per questo motivo lo scrittore ha voluto dare voce a chi solitamente non ne ha.

Soprattutto ha reso indelebile una di quelle storie delle quali non si parla mai, benché la nostra società ne sia intrisa. Parlare di “matti” non è mai stato conveniente a dire il vero, nei salotti televisivi, tra amici al bar, durante una pizzata. È un argomento tabù, da chiudere tra le mura di casa o in quelle beje degli ospedali psichiatrici. Il dramma di Francesca è uno di quelli che come va a finire si è abituati a sentirlo al telegiornale, quando si pranza e distrattamente si sente che “quella pazza” si è lanciata dal balcone, o è stata trovata da un vicino nella vasca da bagno, annegata nel suo sangue, dopo dieci o quindici giorni dalla morte perché nessuno andava a trovarla.

La nostra “normalità” ci impedisce di pensare che un essere delicato, fragile e incolpevole come Francesca e come altre migliaia uguali a lei, non abbiano scelto di essere malate, che non stanno a loro agio nei panni che indossano. Se potessero avrebbero una vita normale, in famiglia, con gli amici, con dei figli esattamente come tutti gli altri. Il fatto è che non sempre ci riescono, nonostante i loro sforzi siano innumerevoli nel tentare di far andare bene le cose quotidiane, anche le più semplici, come lavarsi, vestirsi, uscire di casa. E se potessero avere la consapevolezza di essere accettate, non proverebbero più la vergogna di sentirsi nel modo in cui non hanno mai voluto né desiderano certamente essere.

Lorena Ghironi

(ilsarrabus.news)

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