Sarrabus

Published on Agosto 18th, 2020 | by Redazione

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IL PERSONAGGIO. Un campione per il Sarrabus: Silvio Sanna e la sua mitica bici

Un racconto carico di emozioni e di bei ricordi che ha fatto da cornice alla narrazione degli anni più belli passati a gareggiare in bicicletta, questo è stato, in un pomeriggio di piena estate, il racconto della vita del noto ciclista sanvitese Silvio Sanna, una vita da sportivo, da padre e da amico. Il figlio Massimo emozionato racconta frammenti di ricordi del padre, scomparso nel 2017 ma che rimane ancora oggi un esempio per molti sportivi e giovani che l’hanno conosciuto.

 

Non poteva mancare l’amico di sempre, il compagno di avventure su due ruote, il signor Gianni Cireddu, anche lui sanvitese, che ci racconta dettagliatamente diversi fatti vissuti in compagnia del suo caro amico che definisce affettuosamente zio Silvio. Ma iniziamo dal principio. Silvio Sanna nasce a San Vito il 24 Agosto 1931 originario di Burcei, conosce il secondo conflitto mondiale del 1940/45 e soprattutto la fame che accomunava molti in quel periodo storico. Si spinse fino a Carbonia in cerca di un lavoro in miniera, è stato anche in Francia sempre per lavori simili ma alla fine decise di non proseguire per quella strada. Tornò in Sardegna dove iniziò a lavorare come cantoniere in imprese che si occupavano di gestire tratti di strade, in particolare aveva lavorato nella costruzione della strada San Vito-Ballao-Villasalto facendo anche il guardiano ed il cuoco per gli operai del cantiere; inoltre negli anni 60’ lavorò nel cantiere di costruzione del centro di Costa Rey.

Inizia la sua vita da sportivo in giovane età quando si dedica alla corsa, solo dopo, all’età di 53 anni diventa un appassionato ed un campione di bici.
Gianni Cireddu nostalgicamente racconta: «Ci siamo conosciuti durante una gara di corsa organizzata in onore di Santa Maria a San Vito, proprio in occasione della festa. Si partiva dalla Chiesa di Santa Maria fino a Monte Narba dove ci sono le case ed un piazzale, arrivati li rientravamo in paese. Abbiamo subito fatto amicizia e mi aveva consigliato di rimane indietro alla ripartenza perché tutti tendevano a partire in gruppo frettolosamente, un consiglio saggio! Ricordo nella salita della Guardia tutti passavano di li come dei razzi ma poco dopo li vedevi stanchi, un po’ come la bici, se parti veloce poi torni in dietro, i risultati si vedono alla fine. Ma zio Silvio rimase tranquillo in quell’occasione, mi pare avesse pure vinto, conserva ancora due coppe che hanno la scritta Miniera di Monte Narba. Era una gara importante dove partecipavano un centinaio di persone, veniva anche gente di fuori, parliamo del 1983/84. Io in quel periodo ero nel calcio ma non giocavo a causa di un infortunio, allora abbiamo pensato con zio Silvio di istituire una società ciclistica, l’abbiamo chiamata Il Pedale Sarrabese ed è stato da subito un vero e proprio boom di iscrizioni. Bambini e bambine, ragazzi e ragazze di ogni età e da tutto il Sarrabus. Siamo arrivati ad essere un gruppo grandissimo con 66/68 iscritti, una delle società più grandi della Sardegna per quel periodo. La nostra prima maglia la conservo ancora, era bianca e celeste, i colori del San Vito. La nostra società è durata 20 anni fino al 2000 circa, poi a causa dell’età abbiamo deciso di non gareggiare più, uscivamo in bici solo per allenamento, per fare delle passeggiate la domenica mattina».

Il loro più grande orgoglio fu quello di aver seguito tre ragazzi, molto bravi, forti e portati per lo sport ciclistico iscritti alla loro società, arrivarono a fare i Campionati Italiani ricevendo diverse proposte per gareggiare nella penisola.
Per premiarli Silvio e Gianni li avevano iscritti ad una famosissima gara ciclistica nazionale, la Fausto Coppi, a Cuneo; un percorso di 237 chilometri circa, tre colli, il primo il Colle della Lombarda di 18 chilometri di salita, il Colle della Bonette 38 chilometri circa ed il Colle della Madeleine, si percorrevano cento chilometri dentro la Francia rientrando poi nuovamente a Cuneo.

«Era il 1989, siamo partiti da San Vito in 11, quella gara l’avevamo fatta anche noi, era una gara dove c’erano molti corridori da tutto il mondo, ricordo anche da Taiti. Un amico ci aveva aiutato per gli spostamenti e l’alloggio. Era stata una gara dura, era già tanto se si riusciva a terminarla, ma ci siamo riusciti in tre del nostro gruppo: zio Silvio, io ed un altro. Un gruppo di tedeschi mi aveva aiutato a superare diverse difficoltà, mi davano coraggio e ricordo che ci chiamavano sardine perché venivamo dalla Sardegna».

Ma non finisce qui, portarono questi ragazzi al Colle dell’Agnello, un valico francese, in primavera, per 10 giorni gareggiando in 6 gare, si allenarono con Chiappucci e Rossi. Essendo un gruppo proveniente dalla Sardegna furono intervistati dalla televisione locale ed il Comune aveva dato loro una targa ricordo. Inoltre fecero il giro della Basilicata, anche in quell’occasione c’erano tantissimi corridori in particolare era presente la nazionale tedesca in preparazione al mondiale. Comunque sono riusciti ad imprimere un sano rigore in quei ragazzi, innanzitutto si teneva alla puntualità ed al rigore della preparazione pre gara.
Gianni Cireddu aggiunge: «Prima della gara, la mattina presto mangiavo tre uova sbattute con prosciutto o lardo di maiale, all’antica, e tutti mi prendevano un po’ in giro. Quando portavamo fuori i ragazzi loro mangiavano la pasta anche alle cinque della mattina. Invece a zio Silvio non doveva mancare la banana che teneva sempre nella tasca della maglia. Durante il giro della Basilicata, come preparazione, avevo riscoperto i panetti di marmellata al gusto di ciliegia, quelli di quando ero ragazzino. Io e zio Silvio avevamo l’abitudine di bere poco durante le gare, avevamo scoperto che più si beveva e più il corpo richiedeva. L’acqua è fondamentale per un ciclista, mi aveva indicato tutte le fontanelle per Cagliari, erano circa 5, le sapevamo tutte, per noi era indispensabile».

Ma ripercorriamo la loro attività sportiva. Iniziarono come amatori ma correvano anche per la Federazione Ciclistica; con gli amatori riuscivano a fare più gare che venivano organizzate nell’Ogliastra, invece le gare con la Federazione venivano organizzate per lo più nel cagliaritano. Partecipavano a delle gare sia nei giorni di sabato che di domenica, invece si allenavano in preparazione il martedì ed il giovedì. Nel periodo invernale ci si fermava per poi riprendere in primavera fino ad Ottobre. In inverno proseguivano con gli allenamenti e talvolta anche con gare di ciclo cross. Le gare più sentite erano quelle gareggiate nell’Ogliastra. Inoltre facevano molte cronoscalate soprattutto nella strada per Burcei, in allenamento percorrevano spesso anche San Priamo, Castiadas verso Villasimius fino al bivio di Maracalagonis. Le prime gare erano dure soprattutto perché si partiva in bici dal Sarrabus verso Cagliari, la strada era bianca e dissestata piena di ghiaia quindi pericolosa, si arrivava a destinazione già affaticati dai tornati della vecchia 125.

Aggiunge ancora: «Abbiamo fatto la Cagliari–Tonara, la Cagliari-Oristano e correvamo per una società ciclistica di Nuoro. Tutte le domeniche era una vittoria, vinceva anche tre coppe a gara, prendeva la categoria, primo assoluto e coppa di anzianità. A casa sua abbiamo circa 200 coppe e tantissime targhe. Aveva conquistato il titolo di campione sardo, e tantissime maglie di titoli provinciali e regionali. Siccome le coppe erano troppe allora io e zio Silvio le regalavamo ai bambini per invogliarli. Ma vincevamo anche altri premi come magliette, scarpe, guantini ma anche cibo come formaggio, caffè e frutta. Ci conoscevano dappertutto avevamo molti tifosi che ci seguivano durante le gare».

Nella sua vita da sportivo subì, fortunatamente, una sola caduta lungo la strada di rientro da Villasalto, uscendo dall’asfalto non riuscì a rimettersi in carreggiata e fu sbalzato in un dirupo laterale alla strada ferendosi e distruggendo la bici. Si riprese presto ed in breve tempo riuscì nuovamente a salire in bici. Abbandonate le gare si usciva solo la domenica.

Il signor Gianni ricorda ancora «La passeggiata della domenica mattina l’abbiamo fatta fino a quando ha iniziato a non star bene, fino al 2015. Uscivamo puntualissimi alle 7.30 e quando rientravamo in paese eravamo contenti perché sentivamo l’odore dall’arrosto tra le vie del paese. Nello sport ci metteva anima e cuore. Aveva una forza incredibile per l’età che aveva, lo dimostrava soprattutto in volata, era un mostro. Per me era un amico vero, forse un padre, eravamo sinceri l’uno con l’altro, ci confidavamo. Non avrei mai immaginato che sarebbe andato via così in fretta».

E’ andato via in punta di piedi ma lasciando un ricordo vivo di se, forse lo avrebbe reso orgoglioso vedere la sua foto preferita sul giornale, gli. avrebbe fatto piacere leggere il racconto della sua vita, delle sue avventure, ma soprattutto di essere rimasto nella memoria di tanti.

Francesca Sanna

(ilsarrabus.news)

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