Cultura

Published on Marzo 21st, 2020 | by Redazione

0

STORIE DEL PASSATO. Il baby mandriano del Monte Ferru

I giorni erano sempre uguali, al mattino quando l’alba era ancora lontana, ma a oriente sul mare di Feraxi l’orizzonte marino cominciava a cambiare colore, al canto del gallo arrivava la sveglia. Marco Aveva paura di quel canto mattutino, i suoi quattordici anni di età erano pochi per il lavoro che doveva fare, ma, come gli adulti veri, doveva alzarsi dalla stuoia stesa vicino al caminetto ormai spento, uscire fuori al buio, al freddo.

 

Non c’era colazione per nessuno, la padrona, vedova da moltissimi anni, dava gli ordini di lavoro con piglio militaresco. Conosceva il suo incarico, era sempre uguale, salvo piovesse, allora doveva recarsi nelle grotte sopra Monte Ferru, cosi si poteva riparare. Gli davano in consegna cinque mucche di cui una con il vitellino e le doveva portare al pascolo. Usciva da quella casa contadina messa in collina circondata da siepi di fico d’India, non gli piaceva lasciare alle spalle il caminetto che cominciava ad ardere, facendo più fumo che calore, e avviarsi con due pezzi di polenta in tasca, dietro gli animali che camminavano avanti come sagome scure, sentendo solo il suono dei loro campanacci.

Il bosco di notte è un insieme di cose senza volto, tutto scuro, si vedono delle ombre che sovrastano, dondolano, si piegano, rumoreggiano: sono gli alberi. Le grotte, rocce scavate dalle intemperie sembrano mostri, si parano all’improvviso, con quegli ingressi bui e maleodoranti sembrano che vogliono offendere, spaventare, guardano dall’alto in basso, poi appena si entra e non si sente il vento che spruzza la pioggia ghiacciata in faccia, ci si accorge che quell’antro buio è diventato un luogo sicuro, amico.

Il sole è riuscito a spazzare via la tenebre, colora di rosa tutto quello che tocca, le nuvole sembrano fatte di bambagia e il mare, sotto il monte, scintilla di stelle che saltellano a pelo d’acqua. Le mucche pascolano tranquille, Marco non le vede, però sente i campanacci e riesce a localizzarle. Il vitellino rosa sta dietro alla mamma mucca, appena questa si ferma si butta sotto la pancia comincia a dare colpi con il muso sulla mammella, poi si calma, in estasi, succhiando quel fluido bianco, caldo, dolce… poi viene giù, preso dalla sonnolenza del lauto pasto e si addormenta.

Il piccolo mandriano siede sopra una roccia che domina tutta la striscia marina da Colostrai, Feraxi, Capo Ferrato e Costa Rej; l’isola di Serpentara è sulla destra verso Villasimius, di fronte ha una vecchia Torre, sbriciolata dalle intemperie e dagli anni, grossi massi quadrati sono rovesciati in mezzo ai cardi, memori di chi, nei secoli passati, gli ha lavorati per costruire un rifugio, oppure un posto di avvistamento di qualche guarnigione contro l’invasione barbaresca. Il silenzio è rotto solo dal rumore dei campanacci delle mucche, dal cinguettio degli uccelli che volano di albero in albero, dal fruscio del vento che corre sul costone, sparpagliando gli olivastri e incurvandoli come vecchi centenari, buttandosi, poi, nella vallata di lentischi, mirteti, cisto, strisciando sugli scogli, il faro, prima di perdersi negli abissi del mare aperto.

Sul costone opposto del monte, le capre arrivate da Bidda Manna (Villagrande) dopo una transumanza di chilometri per svernare in questi siti hanno steso un tappetto variopinto di colori, arriva il tintinnio dei campanacci mischiati ai fischi dei pastori che si confonde con i belati degli animali. Un falchetto sfreccia dietro a un colombaccio, lo raggiunge, gli pianta gli artigli al collo e lo stringe a sé vengono giù verso un albero di carrubo, il colombaccio riesce a liberarsi e si butta in direzione del mare, viene nuovamente inseguito e riacchiappato, spariscono in mezzo alle rocce vulcaniche color ruggine del costone montano.

Alla sera, quando cominciano ad arrivare le prime ombre e il sole era sparito da un pezzo dietro la catena montuosa, la vallata e i monti diventano un insieme scuro senza contorni, Marco riunisce le mucche per rientrare nella fattoria. Gli animali camminano in fila indiana, conoscono molto bene il sentiero del rientro, il vitellino è al fianco della mamma mucca, raggiunto il recinto vengono chiusi all’aperto sotto le stelle che iniziano a brillare nella volta celeste, il piccolo mandriano si avvia mogio e infreddolito, affamato, dentro la cucina fumosa dove gli altri componenti della famiglia seduti in cerchio, muti come statue di sale si riscaldano allungando i piedi e le mani verso il caminetto, annusando il vapore che fuoriesce da una grossa pentola di terracotta posizionata su un treppiède (trebini) tutta affumicata, dove i ceci saltellano nell’acqua bollente insieme ad un pezzo di lardo per condimento.

Verso le ventuno scendono dai loro ovili i pastori di Villagrande, con quei vestiti di velluto, gambali e scarpe schizzati di latte, i mini berrettini sempre di velluto calcati sino alle orecchie, odoranti di sudore e di fatica. Nei loro visi c’è la tristezza e la nostalgia dei familiari lontani, il desiderio di socializzare con altre persone, di gustare un piatto caldo che la padrona di casa offre nei giorni festivi. All’ora stabilita, tutti riuniti nella tavolata vicino al caminetto che scoppietta, con il fumo che sorvola la stanza, entra nelle narici, gli occhi fissi sul piatto, dove nuotano i ceci, fagioli, cipolle, pezzettini di lardo, qualche tubicino bianco di pasta, il cucchiaio sulla mano destra e via gareggiando a chi arriva primo a svuotare il piatto, per avere in premio un altro mestolo di quella pietanza. Dieci persone che facevano contemporaneamente la stessa cosa succhiare da un cucchiaio un minestrone caldo che dava un senso di benessere, sembrava la pioggia sul tetto e soffi di vento sulle finestre. Nessuno parlava.

Finita la cena i pastori salutavano e rientravano nei loro ovili e il resto della famiglia andava a dormire nelle loro stanze. Il letto di Marco e quello del figlio della padrona (le stuoie) erano posizionate vicino al caminetto per avere un poco di caldo. Appena Marco chiuse gli occhi ”Morfeo” era di fronte che lo aspettava. ”Sogna tutto quello che vuoi” gli disse. ”Cose belle ti raccomando, lascia quelle brutte per quando arriva l’alba…”.

Una mattina di fine febbraio, pioveva, le nubi nere cariche di pioggia lambivano il bosco, la nebbia bianca si era infilata nei canaloni, nel costone del monte e saliva verso l’alto abbracciando la vetta per poi scendere verso la pianura di Costa Rej. Qualche raggio di sole che riusciva a bucare le nuvole giocava a rimpiattino con un’altra nuvola che si era staccata dalla vetta del Monte Ferru, girando a cerchio verso la costa sabbiosa per dirigersi verso la pianura dell’entroterra di Castiadas. Il piccolo mandriano era seduto dentro una grotta, le mucche pascolavano tranquille quando vide in un sentiero che scendeva verso la valle un uomo con la camicia bianca che si dirigeva nella sua direzione. Appena fu vicino notò che era suo padre! Si abbracciarono senza parlare: bastavano gli sguardi. Il primo giorno del mese di Marzo il genitore venne con la sua bicicletta e lo portò via.

Antonio Agus

(ilsarrabus.news)

:

Tags: , , ,


About the Author




Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to Top ↑