Cultura

Published on Aprile 29th, 2019 | by Redazione

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SARRABUS, Col suono delle launeddas si perpetua un rito ancestrale (MARIA CINUS)

La terra sarda ha delle caratteristiche che la rendono unica; basta nominarle per richiamare alla mente l’isola nuragica (nuraghes, appunto, e menhir per storia e archeologia, maialino bottarga e malloreddus per la gastronomia, lavorazione filigrana per l’arte orafa, produzione e lavorazione artistica del sughero, le maschere dei mamuthones, l’arte dell’intreccio, la fabbricazione di coltelli di qualità).

 

Quando però si parla di musica, il nostro pensiero va immediato alle launeddas , il simbolo di tutta la musica sarda, uno strumento che sa di vento, di terra brulla non coltivata, di poesia e del carattere del popolo sardo, ritroso ad aprirsi ma fedele nell’amicizia. Anche il modo di suonare è unico: non si “ordina” allo strumento di emettere un suono mediante la percussione di un tasto, ma si crea un rapporto oserei dire intimistico con le venature delle sue canne, mentre lo strumento viene quasi inglobato dal suonatore in un amplesso mentale e fisico, mentre il suo fiato percorre l’interno delle canne, facendone vibrare le ance che risuonano alla frequenza dovuta, modulando la colonna di alito che dà vita al suono.

Senza voler fare paragoni irriverenti con quanto avviene nella Messa, sembra che, suonandolo, si rinnovi e si perpetui un rito mistico ancestrale. Chi non lo conosce e lo vede per la prima volta tra strumenti tradizionali, ha l’impressione di vedere un dromedario in mezzo ai cavalli, tanto è particolare e insolito. Anche le sue origini sono incerte, pur essendo simile all’aulos greco alla dukta russa al sur naj persiano e all’otou indiano. Origini antiche, come attestato dalla statuetta in bronzo di epoca nuragica, ritrovata ad Ittiri, dove un nume impugna lo strumento composto da tre canne, poggiate sulle sue labbra.

Ed appunto le launeddas sono composte da tre canne, ciascuna con nome e timbrica differenti, dove il basso (basciu o tumbu) è la canna più lunga e fornisce una sola nota, la seconda canna (mancosa manna) esegue le note dell’accompagnamento e la terza (mancosedda) quelle del canto. Insieme formano su cunzertu. Il suono prodotto, nella sua ricchezza armonica, è simile a quello della cornamusa scozzese che ha però una sacca piena d’aria che, facendone le veci, permette al suonatore di respirare mentre suona.

Qui, invece, su sonadori gestisce le tre canne contemporaneamente, assicurando la continuità del suono attraverso la complessa e antica tecnica del respiro circolare, che, gonfiando le guance, usa la bocca come sacca di riserva aria, al fine di non interrompere mai il suono, quando si inspira dal naso.

Nel ballo sardo (su ballu sardu), la sua interpretazione più diffusa e suggestiva, il suonatore si pone al centro di un cerchio di ballerini che, tenendosi per mano, gli ruotano intorno in senso orario andando avanti e indietro ad un ritmo lento e ripetitivo, quasi ossessivo. Le launeddas fungono da accompagnamento anche al canto, poesie (muttettos) e ai cortei nelle processioni religiose, sagre, matrimoni. Possiamo dire che il loro suono accompagna la vita sociale nei suoi momenti più pregnanti.

Grande è il numero di artisti che con il loro talento hanno onorato negli anni questo originale strumento e, nominandone qualcuno, rischiamo di fare torto ad altri. Ricordiamo solo Efisio Melis e Antonio Lara, nati a fine ‘800, entrambi di Villaputzu, divisi da acerrima rivalità e ormai entrati nella leggenda. La loro tradizione è stata perpetuata da Aurelio Porcu pure di Villaputzu, scomparso nel 2007 e dal sanvitese Luigi Lai, considerato in Sardegna il miglior suonatore di launeddas tuttora in attività. Entrambi allievi di Lara, hanno valorizzato la tradizione e hanno formato molti giovani allievi, scongiurando il rischio dell’estinzione di questo antico strumento.

La grande tradizione che il Sarrabus ha sempre vantato, viene sintetizzata da queste parole di Franco Melis, apprezzato costruttore e suonatore di launeddas: «Le launeddas sono sarde, di tutta la Sardegna, le canne migliori crescono in Marmilla, ma i grandi maestri vengono dal Sarrabus».

Maria Cinus

(ilsarrabus.news)

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