MURAVERA, “Piccolo canzoniere del Sarrabus”: la memoria del poeta sarrabese Severino Urrai torna a casa
Ottant’anni dopo quei versi scritti in silenzio, quando la libertà di pensiero poteva avere un prezzo altissimo, la storia di Severino Urrai ritorna nel luogo da cui ebbe origine. Lunedì 13 luglio, alle 21, la Domu Nina in vicolo I Roma, a Muravera, ospiterà la presentazione del volume “Piccolo canzoniere del Sarrabus”, dedicato al poeta muraverese e curato da Alberta Zancudi per Edizioni Della Torre. L’appuntamento, inserito nell’iniziativa “Storie Ritrovate – La memoria di un paese ritorna alla sua comunità”, sarà accompagnato anche da un’esposizione fotografica curata da Andrea Macis, trasformando la serata in un viaggio attraverso la memoria collettiva del territorio.
Il libro restituisce voce a Severino Urrai, uno dei tre giovani poeti del Sarrabus che, negli anni più difficili del Novecento, intrecciarono amicizia e poesia. Insieme a lui, Beniamino Madeddu di Villaputzu e Luigi Murgia di San Vito. Poco più che ventenni, figli di un’epoca segnata dalla guerra, dalla dittatura e da una diffusa paura di esprimersi liberamente, continuarono a scrivere versi e a coltivare ideali di amicizia, cultura e libertà di pensiero. Non erano uomini d’armi né protagonisti delle cronache del tempo, ma giovani che scelsero di difendere la propria indipendenza intellettuale, raccontando attraverso la poesia la dignità delle persone comuni e rifiutando la retorica dominante.
Secondo la curatrice Alberta Zancudi, quei tre ragazzi incarnavano una forma di coraggio discreta ma autentica. Pur vivendo in un contesto che scoraggiava ogni dissenso, erano profondamente antifascisti nel loro modo di guardare il mondo: nel rifiuto della propaganda, nell’attenzione agli ultimi, nella convinzione che la cultura rappresentasse una necessità e non un privilegio. Un’eredità che, osserva, conserva ancora oggi una sorprendente attualità.
“Mi sono chiesta spesso come sarebbero stati oggi. Forse avrebbero aperto un blog, un podcast, una pagina Instagram dedicata alla poesia in sardo; forse avrebbero scritto canzoni, fatto teatro, raccontato il loro punto di vista sul mondo senza mai smettere di sognare. Forse sarebbero emigrati, come tanti giovani sardi che ancora oggi sono costretti a farlo; probabilmente avrebbero litigato con chi semplifica tutto, con chi trasforma la storia in slogan, con chi pensa che la cultura sia un lusso. Perché la cultura, per loro, era già allora una necessità, non un lusso”, scrive Alberta Zancudi.
L’origine del volume nasce da una ricerca personale destinata, col tempo, ad assumere un valore molto più ampio. L’intenzione iniziale era quella di ricostruire la storia del nonno Severino Urrai e mantenere una promessa familiare. Ma, procedendo tra documenti, poesie e testimonianze, la vicenda ha progressivamente superato i confini della memoria privata.
“Quando ho iniziato a lavorare a questo libro, molto anni or sono, pensavo di ricostruire una storia di famiglia, volevo restituire una voce a mio nonno Severino Urrai e mantenere una promessa che attraversava generazioni – racconta Alberta Zancudi – Poi, pagina dopo pagina, ho capito che quella storia non apparteneva più soltanto alla mia famiglia e a quella di Peppino Mattana, apparteneva alle famiglie di San Vito, di Villaputzu, di Muravera. Apparteneva ai pastori, ai minatori del Sulcis, a Carbonia, a chi è partito e a chi è rimasto. Apparteneva a tutti quelli che riconoscono nei versi di quei tre giovani un pezzo della propria memoria”
Da qui la scelta di trasformare le poesie, originariamente scritte in logudorese, in racconti capaci di renderne accessibili le emozioni anche ai lettori contemporanei, facendo della vicenda dei tre giovani un patrimonio condiviso dell’intero Sarrabus.
“È così che una vicenda privata è diventata patrimonio del Sarrabus. E così dei versi scritti in logudorese sono diventati racconti, affinché i lettori contemporanei capissero le emozioni di quei tre ragazzi. Una comunità che guarda al futuro è costruita su solide basi comuni, storie in cui potersi riconoscere. Questo fa la differenza e alimenta in maniera virtuosa anche l’economia. Cultura e ricchezza economica vanno a braccetto, anche se alcune persone storcono il naso quando lo dico. La memoria non serve a guardare indietro con nostalgia, ma a capire chi siamo oggi e quale futuro vogliamo avere.”
La serata del 13 luglio rappresenterà così molto più della presentazione di un libro. Sarà il ritorno simbolico di Severino Urrai nella sua Muravera, nel luogo in cui tutto ebbe inizio, e l’occasione per restituire alla comunità una parte della propria storia, ricordando tre giovani che fecero della poesia un atto di libertà. (ilsarrabus.news)
