Apertis Verbis

Published on Dicembre 22nd, 2018 | by Redazione

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LA RIFLESSIONE. Il termine mammoni ha rotto il cxxxo

Intanto chiedo scusa per il linguaggio scurrile del titolo, non lo uso mai, sembra degno di un articolo di The Vision o siti del genere. Può pure sembrare un acchiappaclick, ma che me ne faccio, io, dei click? Niente, perché non ho la capacità di trasformarli in denaro.

 

Invece è solo rabbia, sarà che non è giornata, forse non è settimana, anzi facciamo che non è trimestre. Per fortuna adoro il Natale, almeno non mi deprimo. Mi imbatto nei titoli del Tg1 e in un servizio realizzato grazie ai soliti dati Istat. Allora, io non sopporto i dati Istat. O meglio, non sopporto le analisi dei dati Istat. Perché i TG, forse per il poco tempo, forse perché in fondo “chissenefrega” ricevono i dati e li ripetono a pappagallo. Tanto devi riempire una manciata di minuti per un servizio, magari l’approfondimento lo si lascia all’apposito programma in onda a mezzanotte e quaranta.

Il titolo del servizio era questo: “La carica dei mammoni”. Io non bestemmio perché sono credente e non è colpa di Dio se questi servizi del piffero continuano ad andare in onda. Però diciamo che la voglia di contravvenire al quinto comandamento è forte.

Il servizio si occupa di una manciata di dati che portano a dichiarare che fino ai 35 anni gli italiani non se ne vanno di casa. Trenta secondi di servizio sono dedicati a una sociologa che vieta l’utilizzo del termine “mammoni” perché per andare via di casa non ci sono proprio le condizioni.

Allora, Tg1 dei miei stivali, ti suggerisco dei termini alternativi. Mammoni non va bene. Puoi mettere disoccupati. Ancora meglio: puoi mettere sfruttati, sottopagati, non pagati per niente. Ecco, ce l’ho. Il tuo servizio puoi titolarlo così: la carica dei nuovi schiavi.

Sì, schiavi. Non esagero, te lo garantisco. Io non voglio nemmeno parlare di me in prima persona, anche se qualche riferimento probabilmente verrà fuori, non mi assolvo del tutto, ma siamo un po’ troppi per essere tutti considerati dei colpevoli irresponsabili.

Ai tempi della scuola avevamo tutti il compagno di classe pluriripetente che non cavava ragno dal buco. Quello che veniva due volte in tutto l’anno, i restanti giorni li passava al bar. Fino al giorno del ritiro. E noi, studenti, poveri illusi, stavamo a guardare come si guarda uno che va al patibolo. “Lascia la scuola, va a lavorare, va a fare il manovale. Ha solo 17 anni, anche se è arenato in seconda superiore. Boh, chissà!”

Chissà. E infatti chi l’avrebbe mai detto che dopo venti anni, il pluriripetente avrebbe avuto venti anni di contributi versati, un lavoro fisso, una casa di proprietà e pure i soldi per fare una vacanza. E tu, l’ultimo degli stronzi, a barcamentarti tra stage a 250 euro (per otto ore al giorno) che hai ottenuto solamente grazie alla laurea.

Ma essere laureati non è un obbligo, è vero. Ed avere un lavoro dignitoso dovrebbe essere un diritto e una possibilità per tutti. Ma la vita non sorride nemmeno a chi, uscito dalle scuole superiori, ha investito subito nel lavoro. Nel commercio. Dove dopo anni di lavoro da dipendente e anni di lavoro da gestore ti ritrovi con una mano davanti e una dietro e l’unico annuncio di lavoro che trovi è quello per uno stage (e figurati) come “scaffalatore”. Cioè devi fare lo stage e fare pure i giorni di prova (GRATIS) per vedere se sei idoneo a mettere le scatolette di tonno in uno scaffale.

Ma siamo un popolo di mammoni che non se ne vuole andare, certo! Quando andavo all’università si sentiva parlare di “generazione mille euro”. Quando sono uscita dall’università i mille euro erano diventati 500. Forse. E non si parlava più di stipendio. Si parlava di rimborso. Il rimborso. Tu lavori e ti danno il rimborso. Come se avessi acquistato un prodotto difettoso. Come se tu, i tuoi studi, il tuo lavoro, il tuo percorso fino a oggi avessero una falla nel sistema che non può che ricevere un rimborso.

E che rimborsi sono? Le mancette dei quindicenni le avete presenti? Ecco, un filino più basse. E se le mancette dei quindicenni sono settimanali, i rimborsi sono mensili.

Fai il colloquio.

“Sei laureata?”
Sì!
“Ah bene! E vedo che hai studiato discipline artistiche! E hai esperienza?”
Sì, ho scritto qui, ho lavorato lì. Ho collaborato qualche volta anche qui.
“Ottimo, potresti essere quello che cerchiamo”
E’ previsto un compenso?
“Certo! Paghiamo 50 centesimi ad articolo che ti accrediteremo non appena raggiungerai i 25 euro! Ci serve un articolo al giorno per tutti i giorni, sabati e domeniche comprese!”

Questo è capitato a me, almeno questo ho voluto scriverlo.

Ma come dicevo, non mi ritengo totalmente assolta da un sistema che è pessimo. Non io. Ho sicuramente le mie colpe.

Ma queste colpe non ce le hanno altre persone, che hanno tutti i titoli necessari, che sono attenti a ogni bando, a ogni singola domanda e che non riescono a fare esperienza. Ho amici e amiche laureate che non fanno nulla di attinente ai loro studi. Chi lavora nei call center, chi fa la guida turistica quando capita, chi si spacca la schiena nei villaggi turistici, chi lotta per vivere della sua passione avendo deciso di aprire un’attività, ma il commercio adesso è tutto fuorché un posto sicuro. Chi lavora in una fabbrica. Chi ha lasciato la regione di nascita per fare il lavoro per cui si è laureato. Ma sempre con quei rimborsi sul groppone, spesso dati anche con tre mesi di ritardo e con i genitori obbligati a mandargli il denaro.

Una mia zia diceva sempre questa frase: “Quando noi eravamo giovani andavamo via dalle topaie per andare a vivere nelle belle case. E dai nostri stipendi mandavamo i soldi ai nostri genitori, per aiutarli. I nostri figli se ne vanno dalle belle case per vivere nelle topaie e siccome pure le topaie costano troppo e non li pagano abbastanza, dobbiamo mandare noi i soldi perché da soli non ce la fanno”.

Ecco, il riassunto è questo. Però siamo tutti mammoni che non ce ne vogliamo andare. Ma chi se ne importa di approfondire. Mammoni è una parola così divertente. E poi possiamo mettere nelle immagini una bella foto di una signora che serve la colazione a suo figlio (vedi fotografia utilizzata nel sito Rainews.it).

Adesso non ci resta che aspettare. I prossimi dati Istat permetteranno ai Tg di annunciare un aumento dell’occupazione senza raccontarci che si tratta della solita banda di Babbi Natale assoldati dai centri commerciali.

Sara L. Canu

(ilsarrabus.news)     fonte: blog Cos’è l’amor… chiedilo al vento

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