Apertis Verbis

Published on Novembre 16th, 2019 | by Redazione

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LA RIFLESSIONE. Il niente in cui viviamo (Alessandro Gnocchi)

Fino a poco tempo fa, le persone con due dita di cervello tentavano di ribellarsi al videoteorema secondo cui “è vero perché l’ha detto la televisione”, filiazione diretta dell’assioma catodico “Esiste solo ciò è andato in tv”. È passato poco più di un decennio e siamo già anni luce oltre quelle oscenità che ormai paiono persino ingenue. Oggi esiste solo quanto può essere contenuto dentro un’app. Per il resto non c’è posto nella parodia della realtà che abbiamo davanti giorno e notte, a cellulare acceso o spento.

 

Non so quante volte ho riportato ciò che Marshall McLuhan scriveva negli Anni Sessanta e Settanta sui pericoli connaturati alla tecnologia elettronica. Ne ripeto un solo passaggio perché non si può dire nulla di ulteriore: “Gli ambienti dell’informazione elettronica, che sono stati completamente eterei, nutrono l’illusione del mondo come sostanza spirituale. Questo è un ragionevole facsimile del Corpo Mistico, un’assordante manifestazione dell’anticristo. Dopo tutto, il principe di questo mondo è un grandissimo ingegnere elettronico”.

È il paragrafo più eloquente di una lettera scritta a Jacques Maritain nel 1969. Ma c’è da credere che il filosofo neotomista francese recepisse tutto dentro il quadro delle magnifiche sorti progressive del suo umanesimo integrale, che non contemplava complicazioni di sorta. L’umanesimo è sempre un gran menzogna, a cominciare da quello cristiano.

Niente, dunque: ecco l’origine e il fine del mondo tecnologico in cui siamo immersi. Un niente confortevole, però. Un niente in cui, quando non riesco camminare o non posso a scrivere perché piedi, ginocchia e mani non fanno il loro dovere, posso utilizzare un’app che pensa a tutto. Un niente così confortevolmente subdolo da riuscire quasi a sottrarmi il senso ultimo e spirituale della malattia, la dura, dolorosa e benedetta consapevolezza di essere qualcosa di reale sottratto al nulla dall’amore di Dio. L’ultimo dei “qualcosa”, ma radicalmente diverso dal “niente”.

(…)

Smarrito il vero senso di ciò che è spirituale e ciò che è carnale, è comparso il regno del nulla in cui gli uomini si avviano gioiosamente a essere non-uomini. Un nuovo Eden in cui la creatura che dovrebbe essere immagine e somiglianza di Dio cede il suo posto a strumenti in perenne e ingovernabile trasformazione, tecnologica immagine e somiglianza del caos. Si instaura così, dolcemente come la buona morte, un gelido reame di non-essenze governato da non-essenze nel continuo mutare di assiomi e di regole assolutamente relativi.

L’inferno, il luogo dove secondo Thomas Mann nessuna parola ha più senso, è già qui e ora. Lo prova il fatto che questo suadente smartphone è il primo strumento di uso comune la cui natura non viene definita da ciò che è, ma, di volta in volta, dalla diversa funzione che esegue. Telefono, videocamera, macchina fotografica, schermo tv, riproduttore video, database, operatore in ogni settore della vita quotidiana dal deposito bancario all’accensione a distanza del riscaldamento di casa… La sua natura è quella di non averne. La sua forza è quella di imporre bisogni che può soddisfare attraverso le sue funzioni. È tutto perché non è niente.

Quando lo sterco del demonio era il danaro, l’uomo accorto sapeva benissimo che cosa teneva in tasca. Oggi che il principe di questo mondo è un grandissimo ingegnere elettronico rischiamo tutti di essere dei santi che, in realtà, si connettono con l’inferno. Laggiù c’è sempre campo.

Alessandro Gnocchi

(ilsarrabus.news)

Articolo liberamente tratto dal sito “Duc In Altum” di Aldo Maria Valli

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