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Published on Marzo 5th, 2020 | by Redazione

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ATTUALITA’, I porti italiani e l’Europa: i pericoli arrivano da Bruxelles.

Un settore malato di un’offerta commerciale sempre meno differenziata, un gigantismo navale che rischia di rendere irrilevanti sempre più scali e una politica delle tariffe sempre più appannaggio di pochi, spietati colossi. Da diversi anni ormai il comparto europeo della logistica conosce una spirale di colpi bassi e pratiche scorrette perpetrate dai grandi players dell’Europa del nord ai danni degli operatori del Mediterraneo, soprattutto italiani.

 

Accade così che nell’Europa del politically correct e del mercato votato alla libera concorrenza si siano imposte, specie nell’ultimo decennio almeno, politiche commerciali contrassegnate da un folto campionario di scorrettezze da parte dei colossi continentali ai danni dei piccoli operatori del Sud del vecchio continente: pratiche sleali troppo spesso all’insegna del dumping, cioè il drastico e ingiustificato ribasso dei prezzi praticato per affossare la concorrenza, e controlli doganali sulle merci praticamente inesistenti. Una questione decisiva, quella dei controlli, dal momento che il fattore tempo è un elemento cruciale per la concorrenza tra porti: più le merci restano ferme in porto, infatti, e più salato sarà il conto per il noleggio delle navi, delle banchine, dei piazzali e dei magazzini, in una spirale al rialzo che si protrae su tutta la catena della logistica fino alla fase finale della consegna. Un prolungamento dei tempi e relativo aggravio dei costi che spesso si rivela decisivo nella sorte di uno scalo, soprattutto al momento del computo dei costi in sede di programmazione dei viaggi e di scelta dei porti di destinazione. Scelte in cui proprio il fattore tempo è sempre più spesso il criterio di scelta decisivo.

Altra grana sulla già perigliosa strada degli operatori della logistica italiana, insieme a quella delle manovre anti concorrenziali dei colossi dell’Europa del nord, è la recente richiesta della Commissione europea all’Italia di tassare le Autorità di sistema portuale. Una richiesta con cui da Bruxelles si chiede formalmente che le Autorità portuali paghino un corrispettivo pari alla tassa Ires al 24 per cento in quanto enti che costituiscono attività economica: un’attività economica testimoniata, a parere della Commissione, dalla prerogativa in capo alle AdSP di assegnare autorizzazioni e concessioni dietro il pagamento di un canone. Un’impostazione fortemente osteggiata dall’Italia, che sottolinea la natura di enti pubblici non economici delle Autorità portuali, e in quanto tali pienamente legittimate a regolamentare le attività svolte da chi opera nei porti. Un controversia a ben vedere giuridica ed economica insieme in cui il vero discrimine è la peculiarità italiana di assegnare ai porti la fattispecie di bene pubblico demaniale. Una colpa imperdonabile dalle parti di Bruxelles, specie tra i tanti che da tempo sognano la privatizzazione degli scali italiani, magari con il malcelato intento di metterci le mani sopra.

A conti fatti, il pericolo rappresentato dalla ghigliottina fiscale ideata da Bruxelles a misura del collo delle AdSP italiane sa tanto di rischio mortale: se davvero passasse la misura infatti, oltre alle conseguenze amministrative è facile immaginare la drammaticità dell’impatto sulle finanze delle Autorità e le ricadute a cascata su tutta la filiera, a cominciare dall’aumento immediato dei canoni demaniali.

Una misura che sarebbe il colpo definitivo al cuore di un comparto, quello della logistica, che in Italia vede coinvolti oltre 100 mila imprese per circa 85 miliardi di euro di fatturato: un universo dinamico e operoso fatto di un milione e mezzo di addetti tra terminalisti, spedizionieri, corrieri e servizi postali privati, operatori doganali, agenti marittimi, raccomandatari, autotrasportatori, addetti dei magazzini e dei centri di distribuzione. Uomini e donne che concorrono ogni giorno al bene dell’Italia. Faticosamente, tenacemente, onestamente.

Nicola Silenti

(ilsarrabus.news)

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