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Published on Maggio 13th, 2019 | by Redazione

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SARRABUS, Il reddito di cittadinanza non decolla, le domande sono molte meno del previsto

Un buon numero di richieste, 44mila in Sardegna e un buon numero anche nel Sarrabus anche se non ci sono dati precisi. Meno comunque di quanto ci si aspettava. I cittadini in fila per richiedere il “reddito di cittadinanza” ci sono stati anche nel sud-est della Sardegna anche se, alla fine, non c’è stato l’assalto ai Caf che si immaginava alla vigilia.

 

Marisa Tramatzu, consulente tributaria, si occupa anche di reddito di cittadinanza e racconta: «Già prima dell’attivazione di questa misura ho avuto diverse persone che si sono informate. Ma a dire il vero sono poche le richieste che ho fatto, sette o otto e tutte andate a buon fine. Le richieste sono arrivate quasi tutte da adulti, dai 40 ai 60 anni. Ci sono dei pensionati con la minima che sperano di avere un aiuto». Ma non è tutto oro quello che luccica. Continua Marisa Tramatzu: «Io mi occupo della correttezza della domanda e che si rientri nei parametri. Però non è molto chiaro come vengano attribuiti i soldi. A due single senza figli sono arrivati più di cinquecento euro, a una donna con figli a carico solamente cinquanta. In tutta sincerità però mi aspettavo molte più domande».

I potenziali fruitori del reddito sono spesso persone già a contatto con i servizi sociali.  Sempre riguardo al numero di domande giunte, prosegue Marisa Tramatzu: «Ci sono molti paletti da rispettare, dipende non solo dall’ISEE ma anche dal possedimento di immobili, alcune persone si sono informate ma non rispettando questo parametro la domanda non si è potuta fare».

Ma se il reddito di cittadinanza è stato, a livello nazionale, un cavallo di battaglia della scorsa campagna elettorale, è considerabile davvero un valido aiuto in una zona come il Sarrabus, dove la crisi sembra non finire e dove la disoccupazione non diminuisce? Marisa Tramatzu commenta: «Così com’è non aiuta molto. Se parlassimo di un minimo di 500  euro per tutti allora sì, ma visti tutti i paletti e visto anche che non è chiaro come vengano fatti i calcoli non è sufficiente. Tra l’altro si rischia di aver illuso delle persone che speravano in un aiuto e, ad esempio, come detto prima, si ritrovano con cinquanta euro in mano».

Al di là dell’aiuto momentaneo è un argomento che va affrontato sotto più punti di vista. E aggiunge: «Sono tante le cose da valutare per il funzionamento del reddito. Chi ne ha beneficio deve poi accettare delle offerte di lavoro, se ne rifiuta tre perde l’aiuto. La prima offerta riguarderà un lavoro entro il raggio dei cento chilometri, la seconda a livello regionale, la terza può essere anche a livello nazionale. Ma se per non perdere un aiuto economico devo mettere in conto di partire e trasferirmi a Milano, per un lavoro da 700 euro, rischio di dover lasciare tutto e di non riuscire nemmeno a vivere degnamente lavorando in una città lontana e costosa. In zona è un argomento che varia ancora, a causa della massiccia presenza di lavori stagionali. Ma soprattutto: dove sono tutte queste occasioni di lavoro? Se davvero ci fossero non avremmo bisogno di un reddito di cittadinanza».

Ma la chiave di tutto sembra un’altra, secondo Marisa Tramatzu: «L’unico vero provvedimento per far ripartire il lavoro è tagliarne i costi. Un datore di lavoro si ritrova a pagare quanto uno stipendio in più solo per le tasse. Se io datore, decido di pagare 1000 euro di stipendio, altri 1000 partiranno in tasse. E chi assume in queste condizioni? Io penso che se le tasse fossero inferiori un piccolo imprenditore, un commerciante preferirebbe assumere. Alle condizioni attuali invece non lo fa».

E ancora: «Qualche volta capita che qualcuno si faccia avanti per assumere, prima però viene a fare i calcoli sui costi effettivi di un dipendente. E quando li scopre, cambia idea, non riesce a far fronte alla spesa». Questo porta, inevitabilmente, all’incrementarsi del lavoro nero. E analizza: «Quando nei telegiornali sentiamo le numerose vicende dei morti sul lavoro la costante è sempre una: sono sempre tutti al primo giorno di lavoro. Il modo migliore per nascondere un’assunzione in nero. E’ sempre più diffuso e alla base c’è sempre una situazione di disagio. Un datore che non vuole, ma soprattutto più spesso non riesce ad affrontare i costi del lavoro e una persona in difficoltà che accetta in nero, almeno può mettere insieme il pranzo con la cena».

Situazioni di difficoltà che esistono anche nella nostra zona. Un’altra osservazione di Marisa Tramatzu riguarda gli incentivi per le assunzioni: «Non sono sufficienti. Sono incentivi per i primi 18 mesi di lavoro, ma dopo 18 mesi siamo da capo, il datore non riesce a pagare tutto. E non assume».

In un periodo in cui la crisi sembra aver svalutato anche il significato del lavoro che viene visto come mero scambio lavoro- stipendio e non crescita personale e opportunità per farsi conoscere, il reddito di cittadinanza fa emergere un altro aspetto importante: lo stato d’animo dei richiedenti. Conclude Marisa Tramatzu: «Di sicuro non sono contente di dover chiedere aiuto. Una delle persone che ha fatto la richiesta mi ha detto che ha fatto il possibile e che avrebbe preferito evitare. Ma non ha avuto altra scelta».

Sara L. Canu

(ilsarrabus.news)

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One Response to SARRABUS, Il reddito di cittadinanza non decolla, le domande sono molte meno del previsto

  1. claretta pisano says:

    penso che il reddito di cittadinanza sia un incentivo al lavoro nero in quanto chi lo percepisce continuera a fare lavoretti ovunque in barba ai controlli e alle penalita.anche i comuni non sanno da che parte incominciare ..la solita occasione sprecata perche potremo avere le citta pulite a costo zero x il comune e almeno dare dignita a queste persone .

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