L’ANGOLO DELLO SPIRITO, Quella fame di Eucaristia che ci porta all’incontro con Cristo
C’è una storia, semplice e provocatoria, che aiuta a comprendere quanto possa essere grande il mistero dell’Eucaristia. È quella di un musulmano che, parlando con un cattolico, gli chiese di spiegargli che cosa significassero il pane e il vino nella religione cristiana. «Il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue di Cristo, perché possiamo riceverli e nutrirci di Lui», gli rispose il cattolico. L’uomo rimase sorpreso: «Vuoi dire che voi mangiate il vostro Dio?». «Sì». «E questo accade una volta all’anno?». «No, tutti i giorni». A quel punto arrivò la domanda più naturale: «Allora tu vai tutti i giorni a riceverlo, vero?». La risposta fu molto più incerta: «No. La domenica è obbligatorio e qualche volta capita persino di non riuscire ad andare». Il musulmano, incredulo, replicò: «Se è davvero vero quello che mi hai appena detto, io andrei tutti i giorni in ginocchio a ricevere quel pane».
È una storia che contiene una domanda scomoda anche per chi si considera credente: se crediamo veramente che nell’Eucaristia sia presente Cristo, perché tante volte riusciamo a farne a meno con tanta facilità? Se crediamo che quel piccolo pezzo di pane consacrato sia realmente il Corpo di Cristo, come possiamo non provare il desiderio di incontrarlo, di riceverlo, di nutrirci di Lui? Forse dovremmo riscoprire proprio questo: una vera fame di Eucaristia. Non un’abitudine, non semplicemente l’adempimento di un precetto, ma il desiderio profondo di incontrare Qualcuno che sappiamo essere lì per noi. La fede cristiana ci invita infatti a riconoscere nell’Eucaristia una presenza viva: Cristo che si dona, che viene incontro all’uomo e che chiede soltanto di essere accolto.
A tenerci lontani dall’Eucaristia può essere, innanzitutto, il modo in cui organizziamo la nostra vita. Quante volte diciamo: «Non ho tempo»? Eppure troviamo il tempo per il lavoro, per la palestra, per la televisione, per il telefono, per gli amici e per tante altre occupazioni. Non significa che queste cose siano necessariamente sbagliate. La domanda è un’altra: quale posto occupa Dio nella nostra giornata? Il tempo, molto spesso, è una questione di priorità. Se qualcosa è davvero importante, cerchiamo uno spazio per farla. E allora forse vale la pena rivedere qualche abitudine, organizzare diversamente gli impegni e trovare, quando possibile, anche uno spazio per la Messa e per la Comunione. Non per aggiungere un altro obbligo alla giornata, ma per non privarci di un incontro che può nutrire tutta la nostra vita.
Esiste poi un ostacolo più profondo. A volte ciò che ci tiene lontani dall’Eucaristia è una situazione di peccato, un legame, una relazione o qualcosa a cui siamo talmente attaccati da diventare una barriera tra noi e Dio. In quel momento occorre avere il coraggio di fermarsi e chiedersi: ciò che non riesco ad abbandonare è davvero più importante di Dio? È una domanda difficile, che non va utilizzata per giudicare gli altri, ma rivolta prima di tutto a noi stessi. E può diventare preghiera: «Signore, se c’è qualcosa o qualcuno che mi sta allontanando da Te, aiutami a liberarmene». Perché nessuna creatura, nessun possesso e nessun legame dovrebbe prendere nella nostra vita il posto del Creatore.
Ma anche accostarsi alla Comunione non basta, se tutto diventa un gesto automatico. Il Vangelo ci offre un’immagine straordinaria. Una folla si stringe attorno a Gesù: tutti gli stanno addosso, molti lo urtano, tanti inevitabilmente lo toccano. Eppure, quando una donna malata riesce a raggiungerlo e tocca il suo mantello, Gesù domanda: «Chi mi ha toccato?». I discepoli quasi si meravigliano: come può chiedere chi lo abbia toccato, se la folla lo sta schiacciando da ogni parte? Eppure quel tocco era diverso dagli altri. Quella donna aveva toccato Gesù con fede.
È forse questa una delle immagini più belle con cui possiamo prepararci all’Eucaristia. Anche noi possiamo avvicinarci all’altare, ricevere l’ostia consacrata e tornare al nostro posto senza che apparentemente accada nulla. Oppure possiamo avvicinarci sapendo Chi stiamo per ricevere. Possiamo comunicare con fede, con amore, con il desiderio autentico di affidargli la nostra vita, le nostre ferite, le nostre paure e le nostre speranze. La domanda, allora, non è soltanto: «Hai fatto la Comunione?». La domanda più profonda diventa: «Hai ricevuto Cristo con fede? Lo hai ricevuto con amore?».
Forse dovremmo recuperare proprio lo stupore di quell’uomo che, ascoltando ciò in cui i cattolici dicono di credere, arrivò a una conclusione semplicissima: «Se è davvero così, io andrei ogni giorno in ginocchio». Perché quando comprendiamo veramente che cosa rappresenta l’Eucaristia, il problema non è più soltanto trovare il tempo per andare a riceverla. Nasce piuttosto il desiderio di non poterne fare a meno. Nasce quella fame di Cristo che trasforma un rito in un incontro, un’abitudine in una scelta d’amore e la Comunione in uno dei momenti più profondi della vita cristiana. Liberamente tratto da un’omelia di padre Javier Carralon (ilsarrabus.news)
