Apertis Verbis

Published on Luglio 5th, 2026 | by Redazione

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L’ANGOLO DELLO SPIRITO, L’altare come porta del Paradiso: fermarsi in silenzio davanti a Dio

Guardando un altare illuminato, viene spontaneo pensare a una porta. Non una porta qualsiasi, naturalmente. Non quella di casa, dalla quale entriamo carichi di borse, pensieri e bollette. Una porta aperta su qualcosa che non vediamo ancora e che, tuttavia, sentiamo di desiderare: il Paradiso. Forse le nostre chiese sono state costruite così anche per questo. Per costringerci, almeno qualche volta, ad alzare gli occhi. Noi che trascorriamo buona parte della giornata guardando verso il basso — un telefono, un foglio, una scrivania, le nostre preoccupazioni — entrando in una chiesa antica siamo quasi obbligati a guardare in alto. E poi lo sguardo torna all’altare. Il marmo, l’oro, le candele accese, il Crocifisso che domina dall’alto: tutto conduce verso il centro. E al centro c’è il tabernacolo.
Per un cattolico questo particolare cambia tutto. Perché lì non c’è un simbolo, un ricordo, una fotografia di famiglia conservata con affetto. C’è realmente Gesù Cristo, presente nel Santissimo Sacramento. Lo stesso Gesù che camminava per le strade della Galilea, che guariva i malati, che perdonava i peccatori, che si lasciava avvicinare da chiunque avesse bisogno di Lui. Quel Cristo che ha detto: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi». Ed eccoci qua. Stanchi e oppressi, spesso assai più di quanto siamo disposti ad ammettere. La cosa sorprendente è che possiamo entrare. Senza appuntamento. Senza dover presentare un curriculum spirituale. Senza essere già santi, perché altrimenti, diciamolo, le chiese sarebbero piuttosto vuote. Possiamo sederci nell’ultimo banco e stare lì. Semplicemente stare.
Abbiamo perso un po’ il gusto del silenzio. Anche nella preghiera abbiamo talvolta l’impressione di dover continuamente parlare, spiegare, domandare, precisare. Quasi temessimo che il Signore non abbia compreso bene la pratica e occorra presentargli una memoria integrativa. Invece, qualche volta, la preghiera più vera può essere una frase poverissima: «Signore, eccomi. Sono qui. Pensaci tu». Oppure: «Perdonami».  O ancora, quando non sappiamo davvero che cosa dire: niente.
Ci si siede davanti al tabernacolo e si rimane in silenzio. Non è tempo perduto. È forse uno dei pochi momenti della giornata nei quali non dobbiamo dimostrare nulla a nessuno. Possiamo presentarci così come siamo: con la fede che abbiamo, con i dubbi che ci tormentano, con le nostre cadute, le nostre paure, persino con quella stanchezza che rende difficile formulare una preghiera decente. Dio sa leggere anche il silenzio. E nel silenzio, se abbiamo la pazienza di restarci, può capitare qualcosa di singolare. Non necessariamente una voce, un’emozione straordinaria o una folgorazione. Molto più spesso un pensiero diventa più chiaro. Un rancore perde un poco della sua forza. Ci accorgiamo che dovremmo chiedere scusa a qualcuno. Comprendiamo che una paura ci sta governando troppo. Oppure non accade apparentemente nulla, ma usciamo dalla chiesa appena più leggeri di quando siamo entrati.
C’è però un’obiezione antica quanto i banchi delle ultime file: «Io in chiesa non ci vado perché è piena di bigotti e di ipocriti». Può darsi che ce ne siano. Le chiese, del resto, sono frequentate dagli esseri umani, materiale notoriamente imperfetto. Se fossero riservate ai perfetti, il sacerdote potrebbe celebrare tranquillamente da solo. E forse dovrebbe interrogarsi anche lui. A questo proposito circola da tempo una piccola storia. Un uomo disse a un sacerdote che non sarebbe più andato in chiesa. Aveva visto persone che criticavano gli altri, qualcuno che spettegolava, altri distratti, altri ancora che si comportavano in maniera assai poco coerente con la fede professata. Il sacerdote non si mise a discutere. Gli diede un bicchiere colmo d’acqua e gli chiese di fare il giro della chiesa senza versarne una goccia. L’uomo partì. Camminò lentamente, attento al bicchiere, e tornò senza aver rovesciato l’acqua. «Durante il percorso – gli domandò il sacerdote – hai sentito qualcuno sparlare?». «No». «Hai notato chi era distratto, chi guardava gli altri, chi si comportava male?». «No». «E perché?». «Perché ero concentrato sul bicchiere». Il sacerdote aveva ottenuto la risposta.
Quando entriamo in chiesa con lo sguardo rivolto a Cristo, abbiamo assai meno tempo per compilare la pagella spirituale dei vicini. Se siamo occupati a custodire la nostra povera fede, a chiedere perdono per i nostri peccati e a cercare di non versare quel poco d’acqua che portiamo nel bicchiere, difficilmente avremo tempo per stabilire chi sia bigotto, chi ipocrita e chi meriti la promozione. Anzi, può succedere qualcosa di ancora più cristiano: cominciamo a pregare per loro. Per quella signora che ci è antipatica. Per quell’uomo che giudichiamo incoerente. Per il sacerdote che magari non ci piace. Per il ragazzo distratto nell’ultimo banco. E magari, con un minimo di prudenza, anche per noi stessi, perché non è affatto escluso che mentre siamo impegnati a individuare gli ipocriti della parrocchia, qualcuno ci abbia già inseriti nella propria lista.
La Messa, poi, è una ricchezza ancora più grande. Eppure quante volte ce ne priviamo per ragioni che, guardate dalla prospettiva dell’eternità, appaiono piuttosto modeste. Per pigrizia. Per abitudine. Perché il sacerdote non ci piace. Perché quella persona ci infastidisce. Perché «io Dio lo prego a modo mio». Naturalmente possiamo pregare Dio ovunque. Ma la Santa Messa è un’altra cosa. Non è soltanto la nostra preghiera che sale verso Dio: è il Sacrificio di Cristo che si rende sacramentalmente presente sull’altare. È il Calvario che entra misteriosamente nel nostro tempo. È Cristo che si dona nell’Eucaristia. E noi rischiamo di rinunciarvi perché la signora della terza fila ci è antipatica. Bisogna riconoscere che, come scambio, non è dei più convenienti.
L’altare non è una scenografia. Le candele non indicano soltanto la bellezza di un luogo antico. Tutto converge verso una Presenza. La porta del Paradiso, in fondo, potrebbe cominciare proprio da qui: da una chiesa silenziosa, da un altare illuminato, da una panca sulla quale finalmente ci sediamo senza pretendere nulla. Entrare. Fare il segno della Croce. Inginocchiarsi, se possiamo. Poi sedersi e guardare verso il tabernacolo. «Signore, sono qui». Potrebbe bastare. E forse, nel silenzio, ci accorgeremo che Lui era già lì ad aspettarci.(ilsarrabus.news)

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