Cultura

Published on Luglio 7th, 2018 | by Redazione

0

STORIA. La grande missione umanitaria della Sardegna durante la Grande Guerra

E’ proprio nell’Isola dell’Asinara che più di cento anni fa vennero sbarcati i primi soldati Austro-Ungarici, circa 30.000 uomini di un esercito di prigionieri che la Serbia aveva passato agli alleati italiani ridotti allo stremo dalla fame e dalle malattie vittime della Grande Guerra che vide coinvolto il mondo intero tra il 1914 ed il 1918.

 

Erano seguite, nel settembre-dicembre 1914, una serie di offensive e controffensive serbe che avevano portato alla cattura di un grossissimo contingente dell’esercito austro-ungarico di circa 76 mila uomini. Per evitare la capitolazione il governo e l’esercito serbo avevano deciso di attraversare l’Albania e congiungersi alle forze alleate sulle coste dell’Adriatico, a Durazzo e Valona, città albanese sotto il controllo di un contingente militare italiano.

Era cominciato così il tragico esodo di 400 mila persone: la famiglia reale, la corte, l’esercito, e un’intera popolazione di donne, vecchi, bambini. In testa i circa 50 mila prigionieri che i serbi avevano voluto portarsi dietro. Una “marcia della morte” che si svolge in pieno inverno, attraverso aspre montagne coperte di neve, su sentieri fangosi, sotto la pioggia e in mezzo al nevischio. Secondo gli accordi con gli alleati, la marina militare italiana avrebbe dovuto aiutare i profughi, imbarcarli su piroscafi, scortati da cacciatorpedinieri e trasportarti a Brindisi per poi consegnarli alla Francia.

Ma mentre si organizzava lo spostamento dell’esercito serbo a Corfù, il pericolo che il colera si diffondesse tra le truppe italiane spinse le autorità e gli alti comandi ad assumere la decisione di trasferire la massa dei prigionieri all’isola dell’Asinara, destinata a lazzaretto del Mediterraneo già dal 1885, dopo l’epidemia di colera che aveva devastato l’Italia, soprattutto Napoli.

La storia comincia nel Dicembre del 1915, giornata che si può immaginare, dove il freddo e il maestrale d’inverno erano padroni assoluti di quei luoghi. Siamo nella rada di Cala Reale, nell’attuale Parco Nazionale dell’Asinara, qui gettarono le ancore i piroscafi Dante Alighieri e America con i primi cinquemila prigionieri a bordo. Dalle navi, con i barconi a remi, iniziò il lento traghettamento di quegli uomini disperati, fu solo la prima ondata di migliaia di soldati che da lì ai primi di gennaio del 1916 si riversarono sulla costa sarda.

La Marina Italiana  trasportò da Valona alla Sardegna i superstiti della storica “marcia della morte”. Per loro, affamati, stremati ed abbattuti dalle malattie, coperti solo di divise a brandelli, la salvezza si chiamava Italia. Quando sbarcarono a Cala Reale non sapevano neppure dove fossero arrivati, ma almeno c’era la speranza di sopravvivere; in poche settimane il ponte navale si completò e l’Asinara, sino a quel giorno popolata solo da un migliaio di prigionieri catturati nell’agosto precedente e da 350 militari italiani, si ritrovò affollata da trentamila superstiti di un’ armata multietnica e multilingue.

Ungheresi, austriaci, boemi, croati, insomma  tutto l’impero asburgico allo sbando. In brevissimo tempo si organizzò nell’isola un piano di accoglienza mai visto all’epoca. Sappiamo che li esisteva già da tempo una piccola stazione per i malati, un ospedale con pochi letti, una foresteria con uffici e magazzini, una direzione sanitaria, alcune baracche ed alcuni fabbricati. Ma non era preparata ad accogliere migliaia di prigionieri in gran parte colpiti da colera in quanto mancava tutto: acqua, luce, scorte alimentari e medicine.

Per far fronte all’emergenza ci fu una vera mobilitazione: medici e personale sanitario furono inviati da Cagliari e Sassari, grandi quantità di riso, farina e altri viveri provenienti per lo più dai magazzini di Porto Torres. Per vestire la massa di soldati seminudi e scalzi, i sardi, spedirono berretti, giubbe, scarpe e pezze da piedi, ma anche l’occorrente per l’accampamento come tende, stuoie, coperte, paglia, forni, attrezzi da lavoro e persino strumenti musicali. Almeno in 8.000 morirono di colera e tifo nell’isola, dopo otto mesi i superstiti furono quindicimila, in gran parte ristabilitisi furono imbarcati su tre navi e trasportati a Tolone per essere consegnati all’esercito francese ed internati in quei campi di prigionia.

Nell’agosto del 1916 l’Asinara era di nuovo deserta, i campi con gli ospedali, le tende e le baracche, smontati o abbandonati. Si racconta che quando l’ultimo convoglio si apprestava a salpare verso la Francia, da bordo della nave Seine, i 1200 prigionieri si tolsero i berretti e salutarono gridando più volte «Viva l’Italia ».  Cosa è rimasto oggi? In un’iscrizione sul luogo si legge ancora: «Grazie all’Italia nostra salvatrice».

Sul posto troviamo ancora i resti di quel triste periodo, solo pochi ruderi ne testimoniano i fatti, ruderi di vecchi ospedali e accampamenti che oggi spuntano dalla macchia mediterranea, ma oltre a questo abbiamo la presenza dell’Ossario Austro-Ungarico, eretto nel 1936 in conformità alla legge fascista sui sacrari militari della prima guerra mondiale, monumento inatteso su un’isola che diviene nota a partire dagli anni ’70 per l’istituzione di carceri speciali.

Pochi libri di storia fanno cenno a questo fatto, solo qualche tesi di laurea, saggi o qualche articolo di giornale ricorda oggi l’impegno italiano in questa vicenda storica. Fu una missione umanitaria eccezionale per l’epoca, se si pensa all’impegno bellico che si stava già affrontando sul fronte alpino.

Francesca Sanna

(ilsarrabus.news)

:

Tags: , ,


About the Author




Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to Top ↑