Cultura

Published on Maggio 12th, 2018 | by Redazione

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STORIA. 1934, anche nel Sarrabus si combatte contro la mosca della frutta

Nel Maggio del 1934, Il Regio Osservatorio di Fitopatologia per la Sardegna, divulga un’importante circolare rivolta a tutti gli agricoltori, in cui si dettavano le regole per la difesa dei frutteti dall’invasione delle mosche. Col nome volgare di mosca della frutta (impropriamente mosca delle arance o delle pesche) e con quello scientifico di Ceratitis, si indica un elegante insetto che appartiene all’ordine dei Ditteri.

 

Attacca producendo dei gravi danni in quasi tutto il mondo, moltissimi frutti fra le quali in Italia: Arancia dolce, Arancia amara, Mandarino, Pesche, Nespole del Giappone, Fichi d’India, Kaki o Loti del Giappone, Fichi, Albicocche, Susine, Cotogne, alcune varietà di Pere e di Mele e di altre specie di minore importanza.

Quindi risulta che le principali essenze fruttifere coltivate in Sardegna potevano subire danni più o meno forti da parte di questo insetto “…Si supponeva esistesse in Italia fin da epoche remote nonostante lo si trovi nominato per la prima volta nel 1863. I danni di questa mosca in Sardegna sono stati invece notati da non molto tempo ma è probabile che la specie anche qui sia precedentemente esistita poiché non si può spiegare come quest’isola ne sia rimasta immune dopo tutti gli scambi di frutta con il continente. Non solo, ma la Ceratitis che si ritiene originaria dell’Africa Occidentale è diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo del quale la Sardegna fa parte.

Le piante sulle quali qui si notavano maggiormente gli effetti malefici erano senza dubbio gli agrumi e si comprende il perché se si considera che la Sardegna, secondo i dati statistici di produzione per il 1929 ed il 1930, pubblicati dall’Istituto Nazionale per l’esportazione, è la quarta Regione d’Italia per produzione agrumaria. Si lamentavano però anche forti danni prodotti alle pesche, mentre si tiene poco conto di quelli causati agli altri frutti e si trascuravano del tutto i danni apportati ai Fichi d’India. Giova qui ricordare che il limone non viene attaccato, forse a causa dell’eccessiva acidità dei suoi succhi.

La lotta contro la mosca della frutta, come per le altre due sorelle dannose in Italia: Mosca delle olive (Dacus Oleae Rossi) e mosca delle ciliegie (Rhagoletis Cerasi L.), presenta molte difficoltà. Contro le larve si consigliava di raccogliere e di distruggere, giorno per giorno, tutta la frutta caduta a terra. L’agricoltore diligente effettuava la distruzione con i mezzi che aveva a disposizione sul posto: si immergevano per qualche tempo i frutti in acqua bollente, si immergevano in un forno o si buttavano in un fuoco, oppure si ammucchiavano in una fossa scavata nel terreno, avendo cura di coprire il fondo della fossa stessa con calce in polvere e di mettere dell’altra calce man mano che venivano ammucchiati.

Contro gli adulti, cioè contro gli insetti volanti, si provvedeva alla copertura delle piante intere con tende di garza in maniera da impedire alle mosche di avvicinarsi ai frutti e deporre in essi le loro uova, o nel rinchiudere i frutti stessi, uno per uno, in sacchetti di carta oleata o di garza. Nel passato invece si agiva utilizzando sostanze zuccherine avvelenate date per irrorazione. Queste sostanze erano costituite da Melasso di barbabietola, lo zucchero e l’Arseniato di piombo e l’Arsenito di sodio come veleni, ma non più utilizzate.

Lo studio delle diverse sostanze capaci di attrarre le mosche, è tutt’altro che recente anzi risale ai primi anni del 1900. Spettava al Regio laboratorio di Entomologia Agraria di Portici il merito di averlo ripreso. Nel 1929, dopo la sperimentazione comparativa di 34 sostanze differenti l’una dall’altra, il Dott. Costantino consigliava, come il mezzo migliore e più economico, una soluzione al 20% di aceto di vino, essendosi tale soluzione dimostrata, fino a quell’epoca, la più efficace nei riguardi dell’attrazione esercitata sulle Ceratitis.

In seguito, dal 1930 in poi fu sperimentata, sia in Spagna che in Italia, l’acqua di fermentazione della crusca di grano la quale si dimostrò molto superiore all’aceto di vino. Ma gli studi non si arrestarono poiché, il suddetto laboratorio continuò gli esperimenti con il Dott. Bua eseguiti nel 1933, altre sostanze si rivelarono attrattive, fra queste l’acqua di fermentazione dei fichi secchi, che aveva anche un altissimo potere di attrazione per le mosche delle olive.

Quest’acqua si prepara nel seguente modo: in un recipiente si versano 100 litri di acqua e 10 Kg di crusca di grano rimescolando per bene. Tale recipiente si pone in luogo caldo ma non esposto al sole e si lascia in riposo, perché la crusca fermenti, per un periodo variabile da 24 ore in estate a 48 ore in inverno, cioè fino a quando la fermentazione non ha fatto venire tutta la crusca a galla che allora emana un odore sgradevole. E’ da tenere presente però che l’acqua va preparata volta per volta nel quantitativo giusto occorrente poiché altrimenti perde di efficacia.

Qui sta il segreto della buona preparazione dell’acqua. L’acqua di crusca si mette in piccoli recipienti diversi i quali si sospendono, almeno uno ogni due piante nei frutteti da trattare. La loro posizione deve essere sulla pianta dove deve essere a metà chioma su di un ramo esterno dalla parte dove sorge il sole. Occorre poi che la soluzione venga sostituita, con dell’altra preparata di fresco ogni 3 o 4 giorni.

Francesca Sanna

(ilsarrabus.news)

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