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Published on Febbraio 24th, 2021 | by Redazione

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SARRABUS, La rabbia degli operatori della ristorazione per le chiusure: “Fateci lavorare”

L’emergenza Covid va avanti ormai da un anno e il settore più colpito dai provvedimenti è quello dei bar e della ristorazione. Naturalmente anche il Sarrabus ha subìto le conseguenze dei provvedimenti.
Tra le attività più giovani, Villaputzu può vantare il bar S’Arei, nella piazza Sant’Antonio. Tre anni da compiere il 4 aprile. Il secondo compleanno passato durante il primo lockdown e il periodo successivo, come per tutte le attività, vissuto nell’incertezza. Sono proprio i gestori Costantino Marongiu e Gessica Campesi a raccontare: «Nonostante la situazione riusciamo a galleggiare, almeno per pagare le spese. Per fortuna abbiamo la piazzetta e possiamo mettere le persone fuori, penso spesso a chi ha solo un locale piccolo senza poter sfruttare uno spiazzo esterno e penso che siano molto più in difficoltà».
In una situazione del genere, quella dei bar è una doppia preoccupazione. Quella di non lavorare abbastanza per non poter affrontare tutte le spese della gestione e quella di lavorare bene ma temere comunque per l’affollamento ed eventuali sanzioni. Commenta Costantino Marongiu: «Non è neanche tanto la multa a preoccupare, quanto un’eventuale ulteriore chiusura che rischia veramente di compromettere l’intera attività. Mi piacerebbe che nel governo, chi si ritrova a prendere provvedimenti, ascoltasse di più gli esponenti della categoria. Io proporrei un orario un po’ più lungo magari fino alle venti. E proprio per una questione di sicurezza. Alle 17, che è quasi orario di chiusura, ci ritroviamo con tanti clienti, tutti insieme. Non c’è il tempo di servire tutti, spesso ci ritroviamo a chiudere le ordinazioni e non si lavora tranquillamente, non poter accontentare tutti i clienti è un dispiacere. È anche difficile dover sempre controllare, raccomandare di continuo di stare distanti, di tenere la mascherina. Ma non dobbiamo abbassare la guardia, solo facendo ognuno la propria parte ne verremo fuori. Il fine settimana è ancora più complicato».
Una pandemia che colpisce sotto diversi aspetti: sanitario, principalmente. Sociale perché proprio la socialità diventa la caratteristica da dover tenere maggiormente sotto controllo. E infine, economica. Il commento dei gestori è unanime: «I ristori sono arrivati, molto meno di quanto sembrasse all’inizio. E adesso non vengono neanche più nominati, chissà. È una catena lavorativa che si inceppa. Se non lavora un bar, lavora meno la pasticceria perché non possiamo prendere le paste dolci, non ordiniamo il latte per le colazioni, non prendiamo snack e patatine per gli aperitivi. Il bar non lavora e lavorano meno altre sei attività. In più c’è la situazione dei dipendenti. Ce n’erano sei, adesso sono in cassa integrazione. È una situazione che, mettendo tutti nella stessa barca, ha però rafforzato la solidarietà tra tutti. I fornitori sono comprensivi e i clienti ci aiutano tanto. Dopo il primo lockdown totale ci siamo mobilitati anche noi per fare il servizio a domicilio, era l’unico modo per non restare fermi».
Un’ulteriore nota di colore (mancata) è data dal fatto di non aver avuto la possibilità di lavorare durante uno dei giorni più vivi dell’inverno: la sfilata del carnevale che da anni riunisce tantissime persone dal Sarrabus e dal Gerrei. Raccontano Gessica e Costantino: «È il terzo anno di fila che lo perdiamo! L’anno dell’apertura, per alcuni problemi tecnici non siamo riusciti ad aprire in tempo. Lo scorso anno si è scatenata la pandemia e la sfilata è stata annullata. Quest’anno siamo ancora in questa situazione e la sfilata non si è potuta fare. Speriamo per il prossimo anno». Tanta preoccupazione risuona anche nelle parole dei fratelli Gioviano e Fabio Cinus, i gestori del bar bisteccheria Pappa e Buffa.
«Lavorare così è innaturale» è il loro laconico pensiero. Alla difficoltà di tutto lo scorso anno, si è aggiunta anche quella della chiusura improvvisa per l’ultima zona arancione: «Ovviamente c’è stata una grave perdita. Il venerdì abbiamo fatto un importante ordine di merce, poi è arrivata la notizia della zona arancione. Il locale è rimasto chiuso e la materia prima è andata persa. Una cosa molto triste è che un locale nato in nome della socialità debba rinunciare proprio a questo. Noi avevamo l’abitudine di abbassare le serrande e salutare i clienti alle tre di notte, non alle sei del pomeriggio, quando fuori è luce».
L’incertezza del periodo è data anche dal cambio del colore e delle limitazioni delle regioni. Dice Gioviano Cinus: «Il lavoro nella ristorazione ha bisogno di programmazione. E questo caposaldo viene messo in discussione, non puoi organizzarti e se lo fai rischi di perdere quello che hai». Aggiunge Fabio: «Possiamo contare il 75% in meno degli introiti e immagino che sia una situazione generale. Da novembre chiudiamo alle 18. Le chiusure dei giorni festivi a Natale sono stati una mazzata ulteriore, avevamo un sacco di eventi. In passato abbiamo organizzato le tombolate, che portano e trattengono tante persone fino a tardi. Quest’anno invece niente. Oltre al danno economico pesa moltissimo il danno sociale, stiamo perdendo l’abitudine anche a parlare con le persone».
Anche nelle loro parole ritorna il problema dell’orario ridotto: «Vorremo solo lavorare. Un locale come questo non è pensato per l’asporto, nasce per essere luogo di ritrovo. Rispettiamo tutte le regole e come le rispettiamo a pranzo, siamo in grado di rispettarle anche a cena. Ormai i clienti sono abituati, si siedono a distanza, parlano tra loro a distanza. Magari non diciamo di chiudere a mezzanotte, ma già poter lavorare fino alle 22 e mettere il coprifuoco alle 22.30, il tempo per rientrare a casa dopo cena sarebbe già un passo avanti».
Alle loro, si sommano le preoccupazioni per i dipendenti: «Una dipendente è ancora in cassa integrazione, una sta facendo un turno la mattina. Per assurdo, non abbiamo mai pagato così tante tasse come lo scorso anno. I ristori sono arrivati e in pratica li abbiamo usati solo per pagare le tasse: ma non bastavano nemmeno per questo. Speriamo che se ne esca presto, però dopo un anno cominciamo anche a perdere le speranze, visto che quel poco che entra non basta più nemmeno per galleggiare».
Sara L. Canu
(ilsarrabus.news)

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