Sanità

Published on Dicembre 9th, 2019 | by Redazione

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SALUTE. L’oncologo Antonio Macciò: «Medicina e spiritualità alleate per sconfiggere i tumori»

«L’alleanza terapeutica è quella che cerco di onorare ogni mattina quando guardo negli occhi le mie pazienti. Con loro si è instaurato questo patto il giorno che ci siamo conosciuti. Ecco, metto a loro disposizione tutte le mie conoscenze perchè tutto quello che so è funzionale a dare la vita a chi la chiede, a dare una carezza e un supporto umano, di cuore a chi in quel momento lo desidera ardentemente.Ogni paziente ha diritto a quella carezza che è parte integrante di quella patto tearpeutico al quale scelgo di essere fedele. Alla fine di ogni giornata mi chiedo se sono stato aderente a quel patto, se ho usato al meglio tutte le mie conoscenze». Lo afferma il dottor Antonio Macciò, 63 anni, responsabile del reparto di Ginecologia Oncologica dell’ospedale “Businco” di Cagliari.

 

Si parla spesso della qualità di vita dei pazienti, specie di quelli oncologici, ma qual è la differenza fra le parole e i fatti concreti?
E ‘indubbio che il “dare vita”, in altre parole, la guarigione, è il risultato clinico più importante: ogni protocollo medico viene valutato in base alla quantità di vita in più che si ottiene grazie a questo. Però è importantissimo tutelare anche la qualità della vita di chi affronta una malattia tumorale e quindi qui entra l’ambito del supporto psicologico e sociale. Il medico non dovrebbe limitarsi al solo aspetto “terapeutico” del suo rapporto con il paziente ma capire anche che tipo di vita c’è nel suo bagaglio, se hanno una famiglia in grado di supportalo e di essergli vicino, di esplorare tutti quei percorsi che possono portare al suo reinserimento lavorativo una volta uscito dal tunnel della malattia. Purtroppo bisogna prendere atto che si tratta di temi ai quali non si sta più dando la dovuta attenzione e questa mancanza di cura riguardo al lato psicologico e spirituale del paziente e del rapporto umano che s’instaura con lui sta diventando piano piano una prassi accettata. C’è un sistema più forte di noi ci vuole imporre il buio perchè qui si affermano meglio le dinamiche del potere. Ma questo non può essere accettato da noi medici che ogni giorni ci confrontiamo con sofferenze non risolte, interventi posticipati, della prevenzione che sta perdendo sempre più di importanza, cose che vanno a discapito del paziente e dell’efficacia delle cure.
Lo spazio per lo spirito, per l’umanità può essere quindi decisivo per determinare il successo o meno delle cure...
L’aridità interiore del medico che si approccia ai pazienti non è infrequente da trovare. Eppure chi sceglie di curare deve assumersi una grande responsabilità che deve portare frutti. Occorre essere capaci di unire spiritualità e quotidianità, essere attenti al pensiero dell’altro, sensibili alla sofferenza interiore anche quando la terapia sta avendo successo. C’è chi, nonostante il positivo decorso della malattia in fondo all’anima nasconde la sua voglia di morire. Per questo è importante percepire, esplorare. Il successo di una cura va oltre la medicina. Umanizzare è percepire l’anima delle persone: se tu lo percepisci sei umano. Bisogna capire se si ha voglia di vivere: il cancro è una scelta di morte, non una cosa che arriva astrattamente, se manca l’amore per la vita questo è un elemento che apre la porta alla malattia.
Tante mamme passano per il suo reparto, tante pazienti e, per ognuna di loro tante esperienze umane…
Il mistero del legame fra corpo e spirito sta nella nascita ed è per questo che il ruolo della donna è centrale. La valenza sociale della malattia di una donna è differente ed è fondamentale capirla anche se, duole constatare che nessuno che si applica a tutelare questo aspetto. La diagnosi di tumore alla mammella per una giovane donna con famiglia modifica le dimaniche di stabilità della famiglia. Chi piu di me conosce dolore dei mariti e la necessità di coinvolgere in tutto il processo terapeutico anche l’uomo. Nel riconoscere il dolore di un’intera famiglia sta il concetto della spiritualità. Si tratta di diritti naturali che andrebbero riconosciuti alla persona e a cui non si da il dovuto peso.
Anche lo sport può avere un ruolo per affrontare al meglio questo tipo di malattie?
Un progetto di attività fisica è certamente importante nella modulazione dell’umore del paziente affetto da malattie onclogiche. Quello manca oggi è proprio la non percezione della sofferenza Il medico condivide con i suoi pazienti e i loro familiari la gioia di una vittoria sulla malattia ma anche, in caso di decorso infausto, l’aver incrementato al massimo la qualità della vita dei pazienti affetti da tumore. Dobbiamo ricordarci che ricordandoci che la qualità della vita è il primo obiettivo scientificamente riconosciuto, l’unico valido. Ci si deve impegnare per dare vita in termini di quantità ma questa quantità ha un significato scarsissimo se non si tutela la qualità e per far questo bisogna avere gli strumenti. L’obiettivo per un medico è quello di partecipare empaticamente con i pazienti e le loro famiglie anche nel momento in cui il paziente sta venendo meno e non solo nel momento della vittoria.

Michele Garbato

(ilsarrabus.news)

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