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Costa Rei

Published on Aprile 5th, 2019 | by Redazione

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RICORDI. Muravera anni Cinquanta, la raccolta delle mandorle

Negli anni Cinquanta le campagne   di Muravera  erano coltivate principalmente a mandorli,   specialmente nelle colline che circondavano il paese, Santa Maria,  San Giovanni, Rio molas, Sorrui,  Baccu Arrodas  e in altre località.

 

Nei mesi di agosto e settembre iniziava la raccolta, per i ragazzi sui quindici sedici anni era il momento di uscire dal guscio familiare e iniziare a guadagnare qualche lira in proprio; un lavoro, questo, che si faceva con entusiasmo in quanto oltre alla paghetta giornaliera che era la nostra  indipendenza economica dai genitori, serviva anche per socializzare con altri ragazzi e in modo particolare con le ragazze.

Partivamo dal paese che era ancora buio su un carro trainato da un giogo di buoi, con i sacchi vuoti destinati alla raccolta delle mandorle, stesi sul fondo del mezzo, dove ”l’altra metà del cielo” si sedeva e chiacchierava. Noi  ragazzi andavamo a piedi per evitare contatti con l’altro sesso, severamente proibito dagli adulti presenti.

Arrivati nei campi  nella zona di San Giovanni dove c’era la tenuta del  nostro datore di lavoro, entravamo nel mandorleto appena rischiarato dalla debole luce del sole che cominciava a uscire dai flutti  marini;  noi, due per albero, iniziavamo a sbattere i rami con le canne in dotazione. Appena  ci spostavamo su un altro albero  arrivavano le nostre compagne  raccoglitrici, si inginocchiavano e iniziavano  a frugare con le mani in mezzo agli sterpi, sassi e spine raccogliendo i prelibati frutti che depositavano nelle ceste di vimini, (su cadinu),  poi quando era pieno veniva trasportato da un ragazzo che lo svuotava nei sacchi giacenti nei punti stabiliti.

Durante la raccolta veniva a trovarci il barracello, un signore anziano con la barba bianca e un cappellaccio nero, spuntava da dietro la recinzione di fico d’india con  la doppietta a tracolla,  salutava  poi ci  dava le coordinate sulle proprietà del nostro datore di lavoro, avvisandoci di non sconfinare su altri campi, pena una grossa multa. Tutti lo chiamavano ”capitano” in quanto era il responsabile della compagnia barracellare di stanza a San Vito.

A metà giornata quando il sole iniziava a dar fastidio per il caldo, si sudava e la sete faceva capolino,  qualcuno o qualcuna si staccava dal gruppo e raggiungeva  l’albero di ulivo dove, all’ombra, giaceva una zucca (croccoriga) piena d’acqua dolce con il suo collarino di giunco e con il tappo di sughero e la tazza di alluminio a fianco e si dissetava.

Dalla collina dove lavoravamo, se  guardavamo   verso est vedevamo la lunga distesa marina con la spiaggia deserta che si allungava verso Torre Salinas e  Porto Corallo.  Tutte le mattine, alla stessa ora, ci fermavamo a guardare la nave di linea che proveniente da Civitavecchia  scarrocciava verso il porto di Cagliari e, pensando al nostro futuro, sognavamo di essere passeggeri in quel bellissimo salone navigante in mezzo a tanta gioventù.

Dopo ore e ore a frugare in mezzo agli sterpi  le nostre mani e specialmente  quelle delle ragazze cominciavano a riempirsi di graffi, punture di spine, arrossamenti, noi continuavamo  il nostro lavoro senza troppe preoccupazioni; loro, le nostre compagne,  si preoccupavano: le capivamo!.Dopo uno sguardo d’intesa fra noi ragazzi le esentavamo dalla raccolta in posti impervi specialmente dentro le macchie di rovi, cespugli spinosi, piante di lentischio e cisto.

Le nostre compagne, spigolatrici di mandorle  ci ringraziavano con un sorriso. Fra il chiacchiericcio giovanile le ore passavano e arrivava il momento dello stacco per il pranzo, molto atteso, si raggiungeva il posto prescelto di solito all’ombra di un albero di ulivo e lì in cerchio si apriva il fagottino preparato dalle rispettive mamme.

Le ragazze  stendevano una piccola tovaglietta sul prato e si spargeva in condominio il contenuto dei fagotti che di solito contenevano: pane, formaggio, ricotta secca, qualche cipolla, uova sode, pistoccu e qualche sardina salata.   Il vociare continuo specialmente da parte delle ragazze, rendeva,  queste brevi soste un momento di gioia: Le nostre compagne erano molto loquaci allegre e simpatiche.

Sul finire del giorno, quando il sole iniziava a nascondersi dietro i monti e le zanzare calavano in massa fameliche e fastidiose, caricavamo i sacchi pieni di mandorle sopra il carro e poi lentamente si rientrava in paese.  La domenica i mandorleti rimanevano a riposo, noi no.  Ci si vestiva a festa, si andava  la mattina alla messa e il pomeriggio  a ”passillai” lungo la via Roma da ”Su ponti de molinu”  (attualmente semaforo via Roma via Speranza) a ”S’arusci santa” (farmacia).  La sera  tutti al cinema con la sedia in spalla in quanto il locale cinematografico (Cau)  nel primo anno di apertura era privo di posti a sedere.

Lunedì si ripartiva verso San Giovanni.

Antonio Agus

(ilsarrabus.news)

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