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Muravera

Published on Ottobre 18th, 2017 | by Redazione

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MURAVERA, Antichi ricordi: la raccolta delle mandorle negli anni Cinquanta

Negli anni cinquanta le campagne di Muravera erano coltivate principalmente a mandorli, Prunus amygdalus,specialmente nelle colline che circondavano il paese, Santa Maria, San Giovanni, Rio molas, Sorrui, Baccu arrodas e in altre località. Questo prelibato frutto (originario dal Continente asiatico) dava un discreto reddito ai proprietari in quanto queste piantagioni non necessitavano di particolari attenzioni, scarsa sensibilità alle malattie e ai parassiti, non necessitavano di irrigazioni e altri interventi.

Nei mesi di agosto e settembre iniziava la raccolta, per i ragazzi sui quindici sedici anni era il momento di uscire dal guscio familiare e iniziare a guadagnare qualche lira in proprio; un lavoro, questo, che si faceva con entusiasmo in quanto oltre alla paghetta giornaliera che era la nostra indipendenza economica dai genitori, serviva anche per socializzare con altri ragazzi e in modo particolare con le ragazze.

Partivamo dal paese che era ancora buio su un carro trainato da un giogo di buoi, con i sacchi vuoti destinati alla raccolta delle mandorle, stesi sul fondo del mezzo, dove ”l’altra metà del cielo” si sedeva e chiacchierava. Noi ragazzi andavamo a piedi per evitare contatti con l’altro sesso, severamente proibito dagli adulti presenti.

Arrivati nei campi nella zona di San Giovanni dove c’era la tenuta del nostro datore di lavoro, entravamo nel mandorleto appena rischiarato dalla debole luce del sole che cominciava a uscire dai flutti marini; noi, due per albero, iniziavamo a sbattere i rami con le canne in dotazione. Le piccole mandorle marroncine, senza buccia o con la buccia cadevano in mezzo all’erba secca, sui sassi, sui cespugli spinosi. Appena ci spostavamo su un altro albero arrivavano le nostre compagne raccoglitrici, si inginocchiavano e iniziavano a frugare con le mani in mezzo agli sterpi, sassi e spine raccogliendo i prelibati frutti che depositavano nelle ceste di vimini, (su cadinu), poi quando era pieno veniva trasportato da un ragazzo che lo svuotava nei sacchi giacenti nei punti stabiliti.

Durante la raccolta veniva a trovarci il barracello, un signore anziano con la barba bianca e un cappellaccio nero, spuntava da dietro la recinzione di fico d’india con la doppietta a tracolla, salutava poi ci dava le coordinate sulle proprietà del nostro datore di lavoro, avvisandoci di non sconfinare su altri campi, pena una grossa multa. Tutti lo chiamavano ”capitano” in quanto era il responsabile della compagnia barracellare di stanza a San Vito.

A metà giornata quando il sole iniziava a dar fastidio per il caldo, si sudava e la sete faceva capolino, qualcuno o qualcuna si staccava dal gruppo e raggiungeva l’albero di ulivo dove, all’ombra, giaceva una zucca (croccoriga) piena d’acqua dolce con il suo collarino di giunco e con il tappo di sughero e la tazza di alluminio a fianco e si dissetava.

Dalla collina dove lavoravamo, se guardavamo verso est vedevamo la lunga distesa marina con la spiaggia deserta che si allungava verso Torre Salinas e Porto Corallo. Tutte le mattine, alla stessa ora, ci fermavamo a guardare la nave di linea che proveniente da Civitavecchia scarrocciava verso il porto di Cagliari e, pensando al nostro futuro, sognavamo di essere passeggeri in quel bellissimo salone navigante in mezzo a tanta gioventù.

Dopo ore e ore a frugare in mezzo agli sterpi le nostre mani e specialmente quelle delle ragazze cominciavano a riempirsi di graffi, punture di spine, arrossamenti, noi continuavamo il nostro lavoro senza troppe preoccupazioni; loro, le nostre compagne, si preoccupavano: Le capivamo! Dopo uno sguardo d’intesa fra noi ragazzi le esentavamodalla raccolta in posti impervi specialmente dentro le macchie di rovi, cespugli spinosi, piante di lentischio e cisto. Le nostre compagne, spigolatrici di mandorle ci ringraziavano con un sorriso.

Fra il chiacchiericcio giovanile le ore passavano e arrivava il momento dello stacco per il pranzo, molto atteso, si raggiungeva il posto prescelto di solito all’ombra di un albero di ulivo e lì in cerchio seduti in mezzo ai sassi e alle erbacce secche a gambe incrociate si apriva il fagottino preparato dalle rispettive mamme. Le ragazze stendevano una piccola tovaglietta sul prato e si spargeva in condominio il contenuto dei fagotti che di solito contenevano: pane, formaggio, ricotta secca, qualche cipolla, uova sode, pistoccu e qualche sardina salata. Ogni tanto un sorso d’acqua nell’unica tazza di alluminio che girava di mano in mano. Il vociare continuo specialmente da parte delle ragazze, rendeva, queste brevi soste un momento di gioia: Le nostre compagne erano molto loquaci allegre e simpatiche.

Sul finire del giorno, quando il sole iniziava a nascondersi dietro i monti e le zanzare calavano in massa fameliche e fastidiose, caricavamo i sacchi pieni di mandorle sopra il carro e poi lentamente si rientrava in paese. Appena le deboli luci dei lampioni pubblici di Muravera ci illuminavano la nostra giornata lavorativa era finita.

La domenica i mandorleti rimanevano a riposo, noi no. Ci si vestiva a festa, si andava la mattina alla messa e il pomeriggio a ”passillai” lungo la via Roma da ”Su ponti de molinu” (attualmente semaforo via Roma via Speranza) a ”S’arusci santa” (farmacia). La sera tutti al cinema con la sedia in spalla in quanto il locale cinematografico (Cau) nel primo anno di apertura era privo di posti a sedere. Lunedì si ripartiva verso San Giovanni.

Antonio Agus

(ilsarrabus.news)

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