Apertis Verbis

Published on Novembre 30th, 2020 | by Redazione

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L’ANALISI. Grillini nelle scatole di tonno, italiani nella tonnara

Dopo tanto parlare contro i privilegi, ormai dal tempo di Tangentopoli la classe politica non ha saputo riformarsi nell’essenziale: la riscoperta dell’etica. Che non può certo ridursi alla rinuncia a qualche privilegio. La classe politica ha continuato come nulla fosse fino a generare il fenomeno dei grillini, sempre più emblema di improvvisazione, di mancanza di selezione. Parimenti, la scuola non è più basata su merito e selezione e non sa più formare una classe dirigente degna. Dove il merito non conta, dove non c’è più un meglio e un peggio, dove uno vale uno e vale l’altro, sale alla ribalta l’ignoranza.

 

Abbiamo creato un mondo da avanspettacolo dove diventano star delle persone che neppure dovrebbero essere menzionate, dove il Grande Fratello diventa una piattaforma per arrivare a essere capo dell’ufficio stampa del presidente del Consiglio. Chi ha creato tutto questo se non la classe politica? Adesso che abbiamo un mondo traboccante di ignoranti che si credono saggi, ricostruire è difficilissimo.

Tredici anni fa due reporter del “Corriere della Sera”, Gianantonio Stella e Sergio Rizzo, pubblicavano La Casta, un libro che incise profondamente sulla vita politica italiana. Quell’atto di accusa contro una classe politica ritenuta troppo privilegiata condusse dritto dritto all’antipolitica grillina, già in parte erede del precedente movimento anticasta rappresentato da Tangentopoli. Quella catena di eventi aveva in sé il germe della demonizzazione della politica e portò inevitabilmente alla demolizione controllata della politica stessa come asse portante di un ordinamento democratico. Chi veicolò quel messaggio anticasta progettava un passaggio dalla politica inserita nei sistemi democratici, alla tecnicrazia, mediante le imposizioni di bilancio dell’Unione Europea. Il tutto teleguidato dai poteri forti economico-finanziari.

Si cavalcava un malumore popolare verso la politica che risaliva almeno ai tempi delle monete lanciate a Craxi davanti all’hotel Raphael, nei primi anni Novanta. Certo il berlusconismo non fu esente da responsabilità, essendo anch’esso venato di populismo antipolitico in versione soft, oltre ad anticipare il verticismo interno del partito azienda dei Casaleggio. Tuttavia, dopo le catastrofiche parentesi dei tecnici e degli uomini alla Renzi, quasi prodotti in laboratorio dalle élite internazionali (si veda la sua vicinanza a Obama), siamo arrivati a raschiare il fondo della società. Siamo arrivati alle fasce meno produttive e meno competenti: ecco che queste si propongono come classe dirigente. Personaggi che nascono anonimi, perfetti sconosciuti, senza un passato, una reputazione da mantenere, senza un presente e quindi burattini spendibili, senza un futuro.

Quando uno vale uno, il valore di quell’uno tende a zero. Ci troviamo davanti a quanto resta della politica di un tempo, dopo la “rottamazione”; la politica diviene solo gestione e conservazione di poteri lobbistici, si perdono le passioni; l’agone politico senza più ideologie è anche senza ideali e si riduce a gioco teatrale di ombre e apparenze. I grillini non hanno una struttura territoriale né un’organizzazione gerarchica degna di questo nome. La piattaforma Rousseau d’oggi è quello che resta dell’impianto originario di democrazia diretta ideato da Gianroberto Casaleggio.

Senza ricorrere ai sacri testi di sociologia elitista di Michels e Pareto, è chiaro che qualunque gruppo collettivo che intenda durare, a maggior ragione in politica, prima o poi è costretto a regolare il potere della minoranza che si fa strada al suo interno. In tal modo gli si assicura la legittimazione occorrente. Così il movimento diviene partito di pochi. Per iniziare, in queste settimane di lavori oscurati dalla pandemia, Casaleggio ha di fatto già dato via libera all’esito prevedibile del tutto. Non ingannino le divisioni in pseudo-correnti (es. “Parole guerriere” di D. Nesci, “Idee in movimento” di N. Morra, “Da rivoluzione a evoluzione” di S. Buffagni).

Il movimento ancora una volta si subordinerà al capo politico prescelto dalle alte sfere, presumibilmente sempre lo stesso Di Maio che passò dall’essere il più strenuo difensore del Conte 1 con la Lega, a diventare il più convinto assertore del rapporto preferenziale con il PD, dopo aver rotto il suo stesso giuramento in tv al suono di “mai col PD”. Solo Alessandro Di Battista incarna le antiche pulsioni dei duri e puri del primo movimento Cinque Stelle anti-sistema. Popolarissimo tra i militanti grillini della prima ora, Dibba, messo in minoranza, avrà scarse possibilità di togliere lo scettro a Di Maio. All’orizzonte s’intravede la possibilità di una scissione, di una “rifondazione pentastellata” sotto l’egida del ritorno alle origini.

Luigi Di Maio mantiene un profilo più ambiguo e moderato, almeno nella sua facciata, ma non scevro da radicalismi che richiamano anche in questo caso il purismo del primo movimento sotto la guida travolgente del mattatore Beppe Grillo, ma in apparenza funzionali a un pragmatismo politico dove interviene un agire più diplomatico. Sull’altro lato dell’arena, quasi dietro le quinte, troviamo oggi il documento di 54 pagine preparato dalla senatrice Barbara Floridia. Scritto dal sociologo De Masi, l’attuale ideologo e portavoce intellettuale del movimento, il testo si intitola Dopo il coronavirus. La cultura politica del Movimento 5 Stelle. Esso si presenta come manifesto ideologico futuristico, ma ripropone in realtà una socialdemocrazia fritta e rifritta, quando non un “socialismo liberale” abbondantemente annacquato con linee guida uscite da qualche multinazionale del digitale e quindi in linea con le tendenze attuali delle élite globaliste.

De Masi, afferma: “L’ideologia capitalista andrà in crisi lasciando spazio a modelli ibridi, impropriamente definiti ‘capitalismo sociale’, ‘capitalismo green’, o ‘capitalismo egualitario’”, definibili invece come “decrescita serena” o “felice”; nella “società futura ci sarà un riposizionamento etico dell’economia che salvaguarderà sia il capitale che il lavoro”, addirittura fino “all’assenza di lotta di classe… senza squilibri egemonici e senza violenza”. Parole di un’ingenuità disarmante, per non dire di peggio, dopo decenni di palese distruzione della classe media e in questo 2020 di conflitti sociali aspri ed esplosivi, di aggressione spietata a varie categorie di lavoratori, come quelle del turismo e del commercio, minacciato fra l’altro di essere spazzato via dai colossi multinazionali dell’ecommerce.

La democrazia diretta viene poi da De Masi ridotta a “referendum consultivi”, magari da svolgere online su piattaforme facilmente manipolabili. In politica estera si propone l’equivalenza di fatto del rapporto fra USA e Cina e la dipendenza supina dall’UE e dai suoi fondi (quando la Commissione avrà la bontà di elargirceli – come sempre senza fretta, anche nell’emergenza socio-economica-sanitaria più impensabile, come l’attuale).

A colmare i vuoti demografici, si cita poi l’immancabile contributo dell’immigrazione come soluzione unica e universale, secondo i dettami del globalismo sorosiano. Ed ecco poi il reddito di cittadinanza “universale”: qualche soldino per accontentare il popolo, rabbonirlo, renderlo più dipendente e asservito. I 5 Stelle si trovano oggi in una posizione di sudditanza all’anatra zoppa del PD, che da decenni è alternativo ma anche complementare a un centrodestra con scarso mordente in questo 2020, con il suo euroscetticismo incerto e ondivago, che perciò appare sempre più rassegnato e soccombente a un fato di euro-schiavitù.

L’apparente paradosso è che i 5 Stelle, il cui programma un tempo era “apriamo il parlamento come una scatola di tonno”, ora figurano come i primi governisti, per non dire poltronari a ogni costo. Come se dopo aver aperto quella scatola oggi vi si fossero richiusi.

Nicola Silenti

(ilsarrabus.news)

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