Apertis Verbis

Published on Aprile 30th, 2020 | by Redazione

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LA RIFLESSIONE. Il Coronavirus, i Dpcm del premier e gli italiani ridotti al ruolo di Fracchia: “Com’è buono lei!”

Mentre il Capo parlava, con quel suo tono insieme suadente e fermo, Fracchia rimaneva sprofondato nella sua poltrona, remissivo. Non si chiedeva nulla. Gli bastava ascoltare, obbedire e servire. Era disposto ad annullarsi completamente in quest’obbedienza cieca, in questa – diciamolo pure – adorazione. Ripeteva sempre: “Com’è buono lei”.

 

Considerava il suo capo l’uomo giusto al posto giusto e gli era grato del fatto che pensasse a tutto lui. Era la persona che gli avrebbe risolto tutti i problemi, pensava. D’altra parte, chi gli stava di fronte usava solennemente sempre il “Noi” – “Noi consentiamo”, “Noi prevediamo”, “Noi vietiamo”, “Noi consigliamo”, ecc ecc. – ribadiva che le decisioni erano state ben ponderate, citava comitati che si erano riuniti, anzi che erano costantemente riuniti, anche di notte – gli straordinari erano diligentemente annotati – che avevano studiato, che avevano proposto, che avevano indicato tutte le soluzioni, emanato “protocolli” e “linee guida”.

Gli prescriveva persino come, quando e in che modo incontrare i suoi familiari, consigliandogli – previa autocertificazione – che s’impegnava ad andarli a trovare coprendosi bocca e naso con una mascherina, venduta al “prezzo giusto”, calmierato, che avrebbe consentito un margine di guadagno a chi la produceva, ma non troppo. Decretandone l’obbligo, salvo poi indicare come approvvigionarsi, in attesa che – dopo 3 mesi dalla dichiarazione di stato d’emergenza a causa di un virus che si era diffuso nel Paese e dopo 2 mesi dalla nomina di un commissario ad hoc – qualcuno indicasse come e dove acquistarle.

Fracchia era rassicurato. Comunque. Accettava tutto. Non si chiedeva mai “perchè”. Non voleva conoscere e non voleva sapere nulla. Gli bastava ricevere comandi, che si rinnovavano ogni 15 giorni ed ogni 15 giorni veniva convocato nella stanza del capo e pendeva dalle sue labbra. Quei comandi gli ricordavano tanto quando era bambino. Lui aveva tanti “perchè” da dire, ma si era accorto che quei “perchè” infastidivano molto la sua mamma e il suo papà e lui allora se li poneva quando era solo, prima di addormentarsi, prima delle preghiere, quasi vergognandosene. E’ mai possibile – si chiedeva, ad esempio, di notte – che il mio Capo mi consentirà, prima o poi, di andare in spiaggia, tenendo la distanza dagli altri (magari mi industrierò tenendo i bambini al guinzaglio), senza spiegarmi che non c’è nessun pericolo di incontrare il virus con la sabbia o di fare il bagno, considerato che hanno trovato presente il virus nelle acque fognarie e queste, in molti casi, s’immettono placidamente in mare?

Di sicuro, il mio Capo ci avrà pensato – lui pensa a tutto e a tutti – e provvederà. Finalmente, in poche settimane, avremo un sistema fognario degno di un Paese civile! Così come il mio Capo starà pensando a non fare cadere più i ponti su strade e autostrade, a provvedere al riassetto idrogeologico del territorio, alla manutenzione e alla pulizia delle strade, alla sanificazione degli ambienti e dei mezzi pubblici, a garantire un sistema sanitario smantellato in 10 anni per assecondare i voleri dei potenti d’Europa (che ora, per realizzare quest’obiettivo, sono diventati tanto buoni da essere disposti a prestarci, con il MES, il denaro che avevamo versato nelle loro casse a fondo perduto), a far costruire le infrastrutture o a rendere sicure le scuole fatiscenti, che i miei figli frequentano sapendo di correre un pericolo. Lo farà utilizzando quelle migliaia di miliardi di fondi strutturali già messi a disposizione nei piani quinquennali dall’Europa, che vengono utilizzati solo per un terzo. Se va bene.

Ogni 15 giorni, il Capo s’interessava alla vita di Fracchia. A volte, gli dava dei consigli. Altre volte, faceva delle prediche. Altre volte ancora, con fare bonario, ma deciso, imponeva obblighi. Comprendeva sempre e fino in fondo i suoi problemi e i suoi sacrifici, le sue angosce. Come quella di non avere il denaro per pagare le bollette, il mutuo, l’affitto, il mangiare e i vestiti per i suoi figli, le cartelle esattoriali che erano in giacenza e che presto sarebbero state consegnate o l’incertezza assoluta per il futuro. Il Capo gli diceva che presto tutto sarebbe andato a posto, che tutto sarebbe tornato come prima, anzi meglio di prima. E lui ci credeva.

Andrà tutto bene, si ripeteva Fracchia e la cosa sorprendente è che la stessa frase l’ascoltava dai balconi o la leggeva sui muri, spesso accompagnata da altre frasi (“Tutto tornerà come prima”, “Riprenderemo ad abbracciarci”), con il sottofondo di “Bella, ciao”, una canzone ormai imposta all’attenzione di tutto il mondo e tradotta in tutte le lingue, che qualche prete, ormai defunto, anni fa cantava dall’altare, con accanto le bandiere rosse e quelle dell’arcobaleno e che era diventata, nel tempo, l’inno della Liberazione, cantata nelle piazze durante la quarantena imposta agli “altri”.

Il Capo, insieme a tanti altri uomini d’ingegno e di qualità – presidenti di commissioni e di banche italiani ed europee, di fondi e istituzioni internazionali, di comitati scientifici creati ad hoc e fino a poco tempo prima sconosciuti, ma investiti di autorità e legittimazione che proveniva dall’alto – lavorava giorno e notte per risolvere tutti i problemi e presto avrebbe trovato soluzioni adeguate per far sopravvivere Fracchia e la sua famiglia.

Insomma, qualche euro Fracchia, prima o poi, l’avrebbe visto, così da impedire di recarsi – lui, che pur aveva una sua dignità – alla mensa dei poveri e a diventare povero anche lui. Forse sarebbe riuscito anche a non rivolgersi agli usurai, che l’avrebbero strozzato e magari indotto al suicidio. Tanto gli bastava. Questa era la sua misera e unica aspirazione. Questa era la sua vita. Prima e dopo.

Il Capo teneva alla salute fisica del suo suddito ed anche alla sua salute spirituale. Per non fare mancare niente a Fracchia, si stava occupando, infatti, del suo rapporto con Dio. Per ora, gli avrebbe concesso di ricevere un funerale in Chiesa se fosse morto, alla presenza dei suoi parenti stretti. Massimo 15. E’ lo stesso numero pensato per le “direttive”, rifletteva Fracchia. Qualche logica ci sarà.

“Com’è buono lei”, ribadiva. Il Capo, ora – interloquendo con la Conferenza delle Regioni e con i rappresentanti dei Sindaci – aveva persino trovato posti adatti nei cimiteri, senza bisogno di cremare o di far trasportare dai mezzi dell’esercito i morti di quella malattia misteriosa da una regione all’altra. Se Fracchia avesse avuto un figlio, non avrebbe potuto battezzarlo, ma presto – con le dovute cautele, lo si intuiva – questo sarebbe stato possibile. Si intuiva anche che se il figlio o la figlia di Fracchia avessero voluto sposarsi in Chiesa, avrebbero dovuto sospendere per il momento questi propositi.

Si stava studiando un protocollo ed era in corso un’interlocuzione con i vescovi per capire anche come tornare a celebrare le Messe, dopo aver superato il diniego del comitato scientifico. Il Capo l’aveva sottolineato: la decisione non dipendeva da lui. Lui, come raccontava la sua biografia, era pur sempre un fedele di Padre Pio e un discepolo del cardinale Silvestrini. Intanto, per le Messe, c’era lo streaming da poter utilizzare e si stava anche progettando il potenziamento della banda larga (se ne parlava da vent’anni, ma era venuto il momento di fare anche questa riforma, insieme a tutte le altre necessarie e non più differibili). D’altra parte – pensava Fracchia – se anche i vescovi si sottomettono al mio Capo, perchè io dovrei coltivare dei dubbi sul suo operato? Chi sono io per giudicare?

Insomma, dinanzi a Fracchia si profilava l’orizzonte di un “mondo nuovo”, un “Nuovo Umanesimo”, come amava chiamarlo il suo Capo. Fatto di tante sorprese. Una di queste, sarebbe stata , prima o poi, la regolarizzazione di 600.000 immigrati clandestini. Finalmente – diceva tra sè e sè, Fracchia – i miliardi a loro destinati a fondo perduto avrebbero portato frutti copiosi e avrebbero risolto il problema della natalità, oltre a contribuire alla raccolta di frutti e ortaggi o a badare ai vecchi, per i quali non c’è tanto tempo da dedicare.

L’altra sorpresa sarebbe stata la scarcerazione di uomini che si erano macchiati di terribili delitti di mafia. Il dialogo è sempre prezioso ed era, poi, la prova provata della funzione rieducativa e riabilitativa della pena, pensava Fracchia. Anche i familiari delle vittime di quei delitti, entusiasti, l’avrebbero finalmente riconosciuto.

Altre sorprese erano davvero incredibili. Fracchia, da ragazzo, le aveva lette nei romanzi di fantascienza, che tanto gli piacevano, ma non voleva credere di poter assistere a questi straordinari cambiamenti. Tra un pò avrebbe ricevuto l’invito a installare sul suo telefonino una APP, che avrebbe consentito ad un cervello informatico di immagazzinare tutti i dati della sua vita. Il Capo aveva già previsto di regalarlo a chi lo non possedeva e di istruirlo su come usarlo. Stavano studiando una nuova versione di “Non è mai troppo tardi”. Avevano ingaggiato un bravo insegnante, come lo era Alberto Manzi, che Fracchia vedeva, insieme a sua nonna, quando era bambino, dallo schermo della televisione allora in bianco e nero. Così, i vecchi – quelli sopravvissuti dalla strage avvenuta nelle Rsa o nelle loro case, perchè lasciati soli – come negli anni sessanta imparavano l’italiano, ora avrebbero imparato l’uso della tastiera. Che bello!

L’APP sarebbe stata volontaria, ma già si profilava l’idea di introdurre incentivi a chi l’avrebbe utilizzata. Una specie di “premio di produzione”. Il dibattito su questo era serrato all’interno del potere di comando, delle centinaia di persone che facevano parte delle task force e Fracchia era contento di tanto interesse che veniva dimostrato per il benessere dell’umanità. Voleva dire che tutti si stavano adoperando per il suo bene, per quello dei suoi simili, per una vita più civile e più umana.

Non era neanche preoccupato del fatto che presto sarebbero stati svolti screening sierologici a campione e tamponi a tappeto, con persone delegate che avrebbero bussate alle abitazioni per individuare all’interno delle famiglie eventuali malati e separarli per le quarantene gli uni dagli altri. Non gli importava che questi test non fossero affidabili. Gli importava solo di obbedire.

Sarebbe stato anche contento di poter sperimentare un vaccino di ultima generazione, sponsorizzato e finanziato nientepòpòdimenoche dal fondatore di Microsoft Corporation, l’uomo più filantropico e appassionato nel mondo sulle sorti dell’umanità. Quanto era contento, Fracchia, di sapere di poter essere marchiato per sempre. Quanto era confortato dal fatto di poter vivere in un mondo in cui i filantropi, come Bill Gates o come George Soros, che dedicano le loro vite all’affermazione dei diritti umani, sono tanto buoni e partecipi del destino dell’umanità.

Lui, in fondo, si sentiva suddito e i sudditi – si sa – fanno tutto quello che vogliono i loro padroni, che pensano, agiscono, parlano solo per il bene dell’umanità. Si sa. Qualche volta anche in nome di Dio, facendo credere che Dio stia dalla loro parte.

Danilo Quinto

(ilsarrabus.news)

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One Response to LA RIFLESSIONE. Il Coronavirus, i Dpcm del premier e gli italiani ridotti al ruolo di Fracchia: “Com’è buono lei!”

  1. Egidio Loi says:

    Stupendo articolo, l’ho letto tutto, condivido.

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