Apertis Verbis

Published on Aprile 1st, 2020 | by Redazione

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LA LETTERA. Covid-19, l’appello di un volontario ai sindaci del Sarrabus: “Attivate una cabina di regia comune”

Cari Sindaci, in queste settimane la nostra comunità è chiamata a rispondere ad una delle sfide più difficili della sua Storia. Non nascondiamocelo: con il passare dei giorni ci rendiamo sempre più conto di come questa emergenza segnerà una profonda trasformazione nella società da un punto di vista economico, sociale e relazionale. Consapevoli che ci sarà un prima e un dopo coronavirus che saranno necessariamente diversi, ci volgiamo quindi al presente chiedendoci quale debba essere il nostro ruolo in questa transizione verso l’ignoto. Non siamo arrivati pronti a questo appuntamento con la Storia, e non potevamo diversamente esserlo.

 

L’ignoto quindi ci spaventa e ci fa paura. Non dobbiamo vergognarcene. La paura è quell’emozione che ci mette in guardia dalle situazioni che pongono in pericolo ciò a cui teniamo maggiormente. La paura è quindi una emozione nobile perché significa avere cura. Cura di sé stessi, certamente, ma anche cura dei propri cari e degli altri. Ma affinché questa cura sia fattiva, alla paura dobbiamo però affiancare il coraggio di agire in modo consapevole e responsabile, facendo ognuno la propria parte secondo ruolo, capacità e competenze.

Certamente siamo tutti chiamati a compiere quegli importanti sacrifici che il rispetto delle necessarie disposizioni delle autorità ci impongono, ma questo per noi rappresenta solo un pezzo di quella che noi riteniamo essere la “ nostra parte ”. Chi vi scrive infatti sono volontari e operatori sociali che ogni giorno si impegnano a sostenere gli sforzi di tutti quei nostri concittadini che, non per scelta, si trovano in condizioni di difficoltà. Anziani soli, diversamente abili, famiglie economicamente svantaggiate, malati. Persone che già prima di questa emergenza necessitavano di particolari attenzioni non solo in risposta a bisogni primari, ma anche per poter partecipare in maniera piena e attiva alla vita della comunità.

Il senso di responsabilità nei confronti di queste persone, per vocazione e non per interesse, ci impone oggi di continuare e rafforzare il nostro intervento in favore dei membri più fragili della nostra comunità. Proprio nei loro confronti quelle limitazioni agli spostamenti e alle interazioni sociali che noi viviamo – certo con insofferenza, ma il cui peso possiamo sopportare – rischiano di generare gravi pregiudizi socio-sanitari.

Dall’inizio dell’emergenza riceviamo ogni giorno richieste da aiuto che ci vengono sia dalle persone sia dagli stessi servizi sociali. Persone che necessitano assistenza per fare la spesa, per essere accompagnate presso gli ospedali per visite mediche urgenti o alle poste per ritirare la pensione, supporto economico per l’acquisto di viveri e farmaci, sono solo alcuni degli esempi delle richieste che ci giungono. Ci siamo attivati per provare a raggiungere tutti. Ci accorgiamo però che ogni giorno che passa il nostro tessuto economico-sociale è sempre più debole. Anche chi prima, magari con fatica, riusciva a provvedere in maniera autonoma ai propri bisogni patisce le conseguenze di questa emergenza. Molti di questi, con grandissima dignità , perché chiedere aiuto è un diritto e non un motivo di vergogna, stanno bussando alla nostra porta o potrebbero nei prossimi giorni doverlo fare.

I nostri interventi ordinari potrebbero non bastare o non essere efficaci nelle loro modalità di erogazione. Pensiamo per esempio alle particolari esigenze alimentari delle persone con diabete. Dobbiamo, inoltre, essere consapevoli di come il peso della cura non possa ricadere solo sulle spalle di familiari che, laddove presenti, potrebbero avere anch’essi situazioni di notevole affaticamento. Per fortuna la solidarietà nei nostri paesi è grande. A mancare non sono di certo i volontari. In molti si stanno attivando con le loro cucine per preparare e poi consegnare i pasti a chi fa più fatica, per accompagnare gli anziani e, in generale, per fare quelle piccole azioni che possono essere di grande sostegno per chi è più in difficoltà. Tuttavia, ci rendiamo conto che il buon cuore serve, c’è, ma non basta. Abbiamo bisogno infatti che in questo momento si riescano ad attivare tutte le risorse volontaristiche (e non) che la nostra comunità può mettere a disposizione.

Parliamo di comunità al singolare, superando campanilismi che possono far sorridere in una situazione ordinaria, ma che rischiano di essere pregiudizievoli per i più fragili in questa emergenza. Firmiamo questa lettera in carta semplice a voi indirizzata solo con i nostri nomi, senza portare avanti ognuno una propria bandiera di appartenenza ad organizzazioni che possa legarci all’uno o all’altro comune. Oggi solo agendo tutti insieme come comunità possiamo superare questa ardua prova senza lasciare indietro nessuno. Questo è quello che stiamo facendo per rispondere alle richieste ci giungono.

Nel nostro piccolo abbiamo trasformato la responsabilità in qualcosa di più grande: la co-responsabilità . In questo momento stiamo così provando a coordinare le nostre azioni perché si può essere efficaci ed efficienti – e la situazione lo richiede – se e solo se ognuno è chiamato a fare la parte per cui è più competente. Ci accorgiamo però che questa nostra co-responsabilità orizzontale tra privati rischia di disperdere le nostre energie se non è supportata da una assunzione di ruolo da parte dell’ente pubblico.

Ci rivolgiamo quindi a voi, cari sindaci, per chiedervi a gran voce l’istituzione di una cabina di regia comune tra i nostri paesi per coordinare e sostenere al meglio i nostri sforzi. Questo coinvolgendo anche tutti gli enti territoriali, come servizi sociali, sanitari e forze dell’ordine, che possono non solo monitorare le nostra azioni (nel rispetto di un imprescindibile principio di trasparenza) ma anche integrarle con know-how e risorse, nonché orientarle nei luoghi dove ve n’è più bisogno. Questo anche senza gravare ulteriormente su di voi come amministrazione comunale in termini di lavoro, ma attivando anche professionalità esterne.

Prima ancora della co-responsabilità deve però esserci la consapevolezza. La consapevolezza che l’emergenza che stiamo affrontando prima ancora che sociale ed economica è sanitaria. Se da una lato continuiamo a sperare che la nostra terra, con i suoi monti così aspri e la sua vegetazione secolare, ancora una volta, ci protegga dal nemico sconosciuto che giunge da fuori, dall’altro dobbiamo essere consapevoli di come le nostre modalità di azione non siano all’altezza della minaccia che dobbiamo affrontare. La maggior parte delle nostre strutture, dei nostri strumenti e dei nostri protocolli igienico-sanitari, per quanto guidati dal buon cuore, non possono garantire, nel peggiore degli scenari, la salute dei nostri volontari/operatori e, soprattutto, di chi siamo chiamati ad aiutare.

L’atto di cura consapevole e responsabile, infatti, è quello che non mette a repentaglio la salute del prossimo. In primo luogo, anche chi fa del bene deve limitare al massimo gli spostamenti. In secondo luogo, dire “no, ma io sto bene, mi lavo sempre le mani e metto la mascherina” sappiamo già che non funziona contro questo mostro. Vi chiediamo quindi anche un aiuto. Per prima cosa, nell’aiutarci a trovare le modalità migliori per agire, nella sicurezza di tutti, ma anche mettendo in campo quelle risorse economiche necessarie per sostenere le spese vive, laddove le nostre siano insufficienti.

Siamo pronti a rendicontarle agli occhi di tutta la cittadinanza con il massimo della trasparenza. Le risorse economiche non possono essere un ostacolo in questo momento e dal nostro punto di vista potrebbero essere anche utilizzate per attivare localmente tutte quelle realtà “dormienti” che possono sostenerci in questo sforzo comune: ristoranti con le loro cucine professionali, trasportatori con furgoni frigo, agricoltori, pescatori, albergatori e strutture ricettive ferme che potrebbero invece ospitare chi sta affrontando l’isolamento in abitazioni non idonee etc. Le idee e la voglia di fare non ci mancano, ma senza di voi rimaniamo inermi.

La situazione che già prima del coronavirus abbiamo sempre definito difficile, sta rischiando di diventare drammatica. Non possiamo permetterci, per un territorio così debole come il nostro, un ulteriore sfilacciamento del tessuto sociale. Volenti o nolenti con le nostre azioni oggi siamo chiamati a disegnare quello che sarà il nostro domani. Possiamo scegliere di guardare solo a noi e poi fare la conta dei danni a tempesta passata, oppure di unirci e mettere in atto tutti gli sforzi per fare in modo che nessuno debba soffrire più degli altri e che nessuno venga escluso. Ecco il nostro appuntamento con la Storia.

Noi, come sempre, ci mettiamo a disposizione vostra e dei nostri vicini, senza alcuna distinzione. E sempre lo saremo. Possa questo momento difficile anche essere l’occasione per porre le solide basi per una futura ricostruzione che, nel rispetto dell’autonomia di tutti, possa veramente esprimere una comunità unica ed inclusiva per tutti.

Gugliemo Zanchetta – Muravera

(ilsarrabus.news)

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