Terza Pagina

Published on Settembre 3rd, 2020 | by Redazione

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IL RACCONTO. La cara vecchia lettera, soppiantata da una tecnologia senza cuore

Tra i simboli che l’inarrestabile modernità ha fatto passare di moda c’è sicuramente la vecchia lettera quale mezzo di comunicazione. Naturalmente non mi riferisco a lettere che contengono bollette, di cui faremmo volentieri a meno, ma a quelle cui affidavamo i nostri pensieri più riposti. Eravamo consapevoli che stavamo preparando un dono meraviglioso, gratuito e gradito.

 

Assaporare il piacere di scegliere la carta, il suo colore, la penna che avrebbe vergato le sacre parole, liberando i sentimenti più profondi; poi riportare l’amato nome e il suo indirizzo sulla busta. Piegare il foglio, inserirlo nella busta come si confeziona un regalo, il modo “intimo” di sigillarla quando non c’era ancora la soluzione autoadesiva. Imbucarla pensando che lui l’avrebbe toccata e aperta, prima di leggerla. Le lettere più belle erano e sono quelle scritte sotto l’urgenza di un’emozione che ti spinge, che ti estirpa le parole dall’anima e le travasa sulla penna, che danzando le incide sulla carta. Lettere in cui mettiamo a nudo noi stessi, in libertà d’espressione, senza censure, liberi dalla tentazione di dissimulare.

Dono e ricordo meraviglioso le lettere che ricordano amori di sospiri e languori, di forti palpiti d’amore, amori idealizzati, fatti di passeggiate, di fratellini al seguito, di intimità negate. Anche se quel clima di controllo, lungi dall’essere un deterrente, contribuiva a dare un alone di mistero e di desiderio in più. Lì, magica pozione lenitiva, interveniva la lettera, riempita di lunghe e sofferte dichiarazioni, con baci stampati sul foglio con il rossetto. Lettere ricevute da rileggere più volte al giorno per riempire il vuoto quando si era lontani l’uno dall’altro.

Però poi con l’avvento del telefono e di suo figlio, il telefonino, le cose sono cominciate a cambiare e così le nuove generazioni, considerano le lettere qualcosa di retorico, di vagamente demodé, di deliziosamente antiquato e di irrimediabilmente superato. Quindi, per gli innamorati odierni, niente più lettere, niente più amore epistolare e, magari, neppure una sana telefonata, ma soltanto il furoreggiare di messaggini. Gli SMS, i famigerati messaggi brevi, sono diventati ormai uno strumento irrinunciabile e sbrigativo, anche per i meno giovani. Anche se a leggerli risultano piuttosto criptici e sintetici.

Ad esempio, c6= ci sei, oppure :-*= ti bacio, e ancora tvb, modo veloce per dire ti voglio bene. E quando la passione deve essere urlata al mondo intero, che si fa? Un bel megamessaggio pubblico, spennellato a lettere giganti sui muri delle case o sulle spallette dei ponti, fino ad arrivare al “ti amo Pillichina” scritto più volte da un ardito innamorato (ormai avrà i figli grandi) sulle rocce oltre la carreggiata della vecchia SS 125. Forse si tratterà solo di adeguarsi ai nuovi codici di comportamento linguistico, ma non togliamoci il piacere di scrivere qualche volta su un foglio magari piccolo, non dico con una piuma d’oca intinta in un calamaio, ma almeno con una robusta penna a sfera.

Non pensiamo allo stile o a essere forbiti, limitiamoci a raccontare di noi, che cosa pensiamo, che cosa proviamo, lasciando che la lettera si riempia da sola. Certo, con il tempo la carta potrà ingiallire, l’inchiostro sbiadire ma finchè saranno leggibili, le parole ci restituiranno le emozioni, i pensieri e gli stati d’animo, di chi le ha scritte. E’ bello pensare che magari qualcuno conserverà una nostra lettera e poi la leggerà di nuovo più e più volte e che con il passare del tempo ogni rilettura risulterà ancora più bella. E non ditemi che sono superata, altrimenti :-((

Maria Cinus

(ilsarrabus.news)

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