Cultura

Published on Maggio 28th, 2020 | by Redazione

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IL RACCONTO. Fotografie di un Sarrabus del passato: il medico condotto e le sue visite a domicilio

Quando eravamo piccoli, dovevamo avere proprio la febbre a quaranta, perché ci chiamassero il medico, altrimenti era vietato disturbare il signor dottore. Per le ginocchia sbucciate, non si facevano tante lagne: una mia zia si improvvisava infermiera e, se piangevi, eri fortunato se non ti beccavi qualche scappellotto da tua madre, seguito da un “te lo avevo detto di non correre”. Per altre ferite più lievi, c’era il fai da te: si prendeva la pellicola interna delle canne, che da noi abbondano, te la appiccicavi sopra come un cerotto e, miracolo, funzionava

 

Ma quando arrivava l’inverno e le tonsille erano rosse come due ciliegie, mentre la febbre frustava il mercurio del termometro, c’era una sola cosa da fare: chiamare il medico! Lui, dopo aver terminato le visite in ambulatorio, arrivava con calma. E meno male! Questo dava a mia madre il tempo per cominciare le pulizie pasquali, anche se per la Santa Pasqua troppo ci mancava. Dunque, stava per arrivare il dottore e la casa doveva essere inappuntabile: il bagno splendente con l’asciugamano pulito e la saponetta nuova, la cucina linda, la camera arieggiata e con le lenzuola profumate.

Lui, arrivava poco dopo, con la sua bella borsa di cuoio. Si faceva precedere da una leggera tosse accompagnata da una raschiatina alla gola e accennava un sommesso saluto in dialetto che sembrava un brontolìo. Tutta la famiglia rispondeva con rispetto e il dottore si faceva accomodare nella camera del malato che nel frattempo stava rischiando la polmonite grazie alle finestre aperte. Tutta la famiglia aspettava la sua prossima mossa.

“Che cosa succede?” diceva con autorità. Il mio momento più brutto arrivava quando chiedeva un cucchiaio a mia madre, richiesta che lei esaudiva istantaneamente, attingendo dal servizio buono.Lui, impugnando il raccogli-brodo come un kriss malese, avvicinava il suo faccione.

Gli occhi sporgenti circondati dalle occhiaie, sembravano due faretti che illuminavano una scena di dolore e distruzione mentre ti infilava il cucchiaio in gola premendoti la lingua. E tu pensavi ad altro per vincere la voglia di rimettere: non potevi pensare di profanare questa autorità, che in quel momento si dedicava a te.

La tortura proseguiva quando ti avvicinava lo stetoscopio freddo sul petto bollente e appoggiava un orecchio per capire se ti eri preso una bronchite. Tocco finale, due colpetti con l’indice e il medio sulla pancia e la visita era terminata.

Tutti in ansia ora aspettavamo il verdetto e lui, mettendosi seduto, iniziava a scrivere, sentenziando: “Sciroppo, latte caldo e a letto per una settimana”. Ecco, noi ragazzi incominciavamo qui a vedere il lato positivo della faccenda, una settimana intera lontani dai banchi di scuola, divorando giornalini. Roba da augurarsi un aggravamento del quadro clinico.

Poi, seguiva il rito, vagamente pilatesco, del lavaggio delle mani nel catino e della loro asciugatura con un asciugamano di lino. A quel punto, mia madre si offriva di fargli il caffè e lui, gentilmente, rifiutava. Si accomiatava con la raccomandandazione di coprirsi bene, così la febbre sarebbe passata prima.

Oggi per i bambini c’è lo specialista, il pediatra. Adesso, con la televisione siamo diventati tutti competenti, ma manca quella figura, mitica nel suo carisma, che si prendeva cura di te, emetteva il suo verdetto, ti dava la cura e poi se ne andava, con la sua bella borsa di cuoio che mi piaceva tanto.

Maria Cinus

(ilsarrabus.news)

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