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Cultura

Published on Luglio 10th, 2020 | by Redazione

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IL RACCONTO, Cussu mi praxidi e Sempri pronta, una storia boccaccesca in un Sarrabus d’altri tempi

Forse per risparmiarmi i risvolti boccacceschi che aveva, questa storia mi è stata riportata soltanto quando ero già adulta e così la racconto, proprio come mi è stata presentata. Su Meri, un facoltoso signorotto del luogo, aveva accumulato molte ricchezze. E continuava ad accumularne. Possedeva molti terreni sparsi al sole e diversi capi di bestiame; aveva molti lavoranti giornalieri, uomini e donne, che sudavano tutta la giornata per lui.

Imponente nella figura anche per quegli stivaloni di cuoio, capelli neri e baffi cespugliosi spruzzati di bianco, su Meri era bravissimo a farsi… gli affari propri! Infatti, oltre a dare un salario da fame ai suoi braccianti, non pagava loro nemmeno i giorni di pioggia, dicendo, in un improvviso e devoto sussulto di fede, che evidentemente il buon Dio aveva deciso nella sua magnanimità e saggezza, che quel giorno non si dovesse lavorare e quindi nemmeno essere pagati.

Angelinu, a 22 anni, aveva ormai accumulato abbastanza esperienza per pascolare il grande gregge de su Meri. E lo faceva con grande impegno, con l’immancabile compagnia dei suoi due cani, un maschio e una femmina, veloci come saette e furbi come volpi, a cui però non aveva ancora dato un nome. Avendo un animo poetico, aspettava l’ispirazione per trovare dei nomi originali che lo gratificassero ogni volta che li avesse chiamati. Nella casa del padrone, lavoravano due ragazze giovani e carine, scelte con occhio lungo da su Meri, che notoriamente era molto sensibile alle grazie femminili; le due giovinette si occupavano delle faccende domestiche, ma erano anche addette alla cura della persona del corpulento padrone.

Angelinu, che non era per niente scemo, aveva carpito, abbassando poi subito lo sguardo, dei segnali, come degli ammiccamenti tra il padrone e le serve. E si era messo a riflettere… Su Meri, oltre che le femmine, teneva in conto un oggetto, che generalmente ospita elementi nient’affatto nobili: aveva una vera venerazione per il suo pitale, in fine porcellana decorata d’oro che chiamava con evidente soddisfazione, “su cavallieri de Deximu”.

Che ci volete fare? In un misto di sadismo e autocelebrazione, godeva nell’affermare la sua superiorità, sapendo che altri si occupavano della gestione dei suoi rifiuti organici. Naturalmente “su cavallieri” aveva il suo posto d’onore sotto al letto del padrone. Quel giorno, il sole stava per andare a dormire, quando Luisiccu, l’altro pastore chiamò.

«Angelinu, o Angelinu, su Meri ti vuole».

Angelinu corse in casa seguito dai due cagnetti e, non trovandolo, lo cercò in tutta la casa. E pure le serve sembravano scomparse. A quel punto, l’unica stanza da esaminare restava la camera da letto. Salì le scale e si avvicinò alla porta: gli ansiti, i soffi, gli scricchiolii e quelli che sembravano cigolii del letto, davano adito a pochi dubbi.

«Cussu mi praxidi » sentì grugnire il padrone.

Comunque bussò alla porta con delicatezza.

«Sono Angelinu, su Meri »

« Aspetta pagu pagu » rispose il padrone. E poi « Intra! »

Stranamente su Meri sembrava imbarazzato, anche se lo rimproverò lo stesso per averlo svegliato.

«Mi stavate cercando su Meri? »

Il padrone, ancora paonazzo in viso per i bagordi bruscamente interrotti, evidentemente s’era già dimenticato il motivo per cui lo aveva chiamato; gli diede i primi ordini che gli vennero in mente. In quello stesso momento, i due cani dopo aver annusato in giro, si infilarono come un sol… cane sotto al letto emettendo dei versi sincopati. Angelinu, che stava intuendo il motivo dell’agitazione dei due animali, li richiamò con finta severità, ma gli animali proprio non ne volevano sapere di uscire da lì sotto. Allora Angelinu si abbassò, sollevò leggermente la coperta e fece per afferrare le zampe dei due diavoletti. Quello che vide lì sotto, anche se atteso, lo lasciò per svariati secondi senza fiato: due paia di piedi affiancati, ciascun paio culminante con delle bianche e morbide rotondità (dove solitamente non batte il sole), appartenenti a due donne. Riconobbe subito una delle serve da un grosso neo che aveva sulla caviglia. Accanto a quelle parti anatomiche ignude, troneggiava il pitale di ceramica.

Ripresosi un po’, Angelinu tirò via i cagnolini, uno alla volta e si rimise in piedi. Su Meri, in questo parapiglia, si diede un contegno, si stampò un sorriso sulle labbra, si lisciò i baffi, si grattò la testa, emise due colpetti di tosse e disse ad Angelinu di aspettarlo in giardino. Mentre stava per uscire di casa, Angelinu notò due figure che svelte scendevano le scale. Purtroppo però, per completare la storia, la serva che impugnava il prezioso pitale di porcellana, inciampò sull’ultimo scalino, cadde, rompendo “su cavallieri” e spargendone il contenuto dappertutto. Angelinu sghignazzando, chiuse la porta. Da quel giorno, decise il nome per i suoi cani: “Cussu Mi Praxidi” e “Sempri Pronta”.

Maria Cinus

(ilsarrabus.news)

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