«Avevo solo 12 anni, ero ancora una bambina con gli IL RACCONTO. “Avevo solo dodici anni…” Un errore di gioventù pagato a caro prezzo – IlSarrabus.news

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Published on Novembre 20th, 2018 | by Redazione

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IL RACCONTO. “Avevo solo dodici anni…” Un errore di gioventù pagato a caro prezzo

«Avevo solo 12 anni, ero ancora una bambina con gli  occhi celesti pieni di speranze, spalancati sul mondo. Eravamo troppe bocche da sfamare in famiglia e, non potendo studiare, aiutavo mia madre in casa e mio padre nel duro lavoro dei campi, proprietà di un ricco signore del luogo. A 13 anni in casa mi dissero che ormai ero grande e mi mandarono a servizio dai nostri padroni. Il signorino mi riempiva di promesse, di baci, mi diceva che mi avrebbe fatta accettare dai suoi genitori, oppure saremmo fuggiti insieme, lontano da tutti; finché un giorno mi chiese la prova d’amore. Poco dopo restai incinta.

 

«Sarebbe meglio tu non fossi mai nata» ruggiva mio padre, percuotendomi con un nerbo di bue. Parole terribili che mi facevano più male delle botte. Quando nacque Teresa, mio padre mi diede un mese di tempo per lasciare casa, dopo saremmo state in mezzo alla strada, io e mia figlia. Mia madre affidò la bambina ad una zia di Cagliari che non poteva avere figli e pregò uno zio che abitava a Roma di aiutarmi: avrei fatto qualsiasi cosa e mi sarei aggiustata in qualsiasi angolo della casa. Zio rispose che si poteva fare ed io preparai la mia povera roba. Partii una domenica pomeriggio, ma nessuno venne a versare una lacrima e tantomeno a salutarmi al molo, né i fratelli né mia madre, costretta a casa  da mio padre, disonorato da questa “svergognata”.

La nave, questo orrido mostro, era in attesa di ingoiare questi piccoli uomini. Salita e guardato per l’ultima volta la mia amata terra, fui stordita dal suono rauco delle sirene e dallo stridere delle catene, confusi tra le grida degli scaricatori. Al biglietto di solo passaggio (non potevo certo pretendere una cabina), aveva provveduto mia zia cui avevo lasciato il mio tesoro. Il “signorino”, invece, non si era eroicamente mai fatto vedere né sentire e forse ignorava addirittura di avere una figlia.

Usciti dal porto, schizzi di sale e di acqua salmastra scendevano sui vetri degli oblò come un pianto inconsolabile, mentre nella mente mi passava la Via Crucis delle mie recenti sofferenze quando, rifiutata da tutti, pensai anche di farla finita. Ripensai a quando attraversavo le vie del paese e, mentre il mio grembo cresceva, mi sembrava che tutti sapessero della mia vergogna e condannassero la mia colpa. Mi sembrava che anche la statua di Sant’Antonio ridesse di me. Ad un sobbalzo della nave, mi accorsi che stavo pregando. L’onda lunga ci fece compagnia per tutta la traversata ed io, al mio primo viaggio in nave, soffrii gli effetti del mal di mare.

Mio zio mi venne a prendere al molo di arrivo. La casa romana, in via dei Pavoni, era grande, con alte volte che mi facevano sentire ancora più piccola, ma loro mi sistemarono in una stanzetta in soffitta. La moglie mi fece indossare una specie di divisa grigia, tanto per ricordarmi che ero una serva, e pretese che portassi i capelli tirati all’indietro. Io non mi ribellavo mai e accettavo tutto come una penitenza alla mia colpa che aleggiava nella casa, anche se non ne se parlava mai. I cassetti dei mobili erano pieni di indumenti che dovevo tenere in ordine e dovevo  anche badare a tre bambini piccoli.

I primi tempi, oltre al mantenimento, non mi davano un soldo. La signora era un’insegnante e, quasi tutti i pomeriggi, invitava le amiche per il tè e diceva loro che mi faceva lavorare molto per fare di me una perfetta donna di casa. Io mi mostravo servizievole e rispettosa per paura che la signora trovasse da ridire.  Alla sera la fatica mi impediva di pensare di pensare a quanto ero infelice. Dormivo rannicchiata in silenzio e mi addormentavo immaginando come sarebbe stata mia figlia. Ormai, non avevo più rapporti con i miei parenti e la zia di Cagliari aveva deciso che mia figlia sarebbe cresciuta ignorando la mia esistenza. Io per lei sarei stata morta. Così come mi sentivo dentro: morta.

Zio aveva un sorriso aperto e cordiale ed era l’unico a trattarmi come fossi un essere umano. Quando non c’era sua moglie, a volte mi accarezzava e mi baciava con affetto quasi paterno.  Io mi vergognavo ma non avevo il coraggio di respingerlo, ero come soggiogata. E quando la signora si assentò alcuni giorni per una gita scolastica, venne a trovarmi nel mio letto, dicendo che si sentiva solo. Mi offrii a lui con la stessa rigidità di una bambola e quando se ne fu andato, risentivo quelle mani viscide che mi profanavano il corpo, mentre l’afrore di tabacco e sudore mi rivoltavano lo stomaco. E successe altre volte, quando la moglie non c’era, con lui che si infilava come un serpente nel mio letto ed io che, in stato di bisogno, non potevo dirgli di no. In fondo, era anche l’unica forma d’affetto, anche se malato, che ricevessi dal mondo intero.

Intanto io dimagrivo a vista d’occhio e la signora forse sospettava qualcosa; comunque la sua severità e le sue pretese verso di me aumentarono, i carichi di lavoro divennero insostenibili, finché un giorno la schiena non resse più e crollai di schianto. Da quel giorno, l’ortopedico mi fece mettere un busto che ho portato tutta la vita, trascorsa nell’inferno di quella famiglia. Un busto, come un cilicio per un errore di gioventù o forse uno schermo dal mondo, per dimenticare di aver vissuto una vita di sofferenza, sradicata dalla mia terra e lontana dal mio unico, grandissimo bene: mia figlia Teresa».

Teresa ha appena finito di leggere il racconto di sua madre, vergato su un quaderno consunto dal tempo. Poco fa il notaio le ha consegnato una piccola valigia contenente tutto quello che era appartenuto a sua madre Giovannina, morta tre giorni fa in una casa di riposo, dimenticata (o fattasi dimenticare?) da tutti. Ora calde lacrime di Teresa cadono su quel quaderno, dove c’è raccontata una vita di dolore.

Maria Cinus

(ilsarrabus.news)

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