Apertis Verbis

Published on marzo 17th, 2018 | by Redazione

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L’INTERVENTO. L’affaire Aldo Moro raccontato ai miei figli

Se dovessi raccontare ai miei figli chi rapì e poi uccise Aldo Moro, dopo una lunga e non silenziosa prigionia, farei un distinguo necessario, onde impedire che il tempo e l’uniformato pensiero sradichi la verità. Il primo distinguo necessario avrebbe lo scopo di chiarire a chi, oggi quindicenne, tenderebbe ad attribuire agli stessi terroristi le operazioni materiali e la loro pianificazione strategica.

 

Ovviamente farei ben presente che, questo distinguo, la separazione dei ruoli, non esime da responsabilità gli esecutori materiali e quelli ideologici, per i delitti commessi. Sicuramente gli direi, in questo approccio iniziale con i fatti della politica e la sclerosi dello Stato, che le brigate rosse hanno parzialmente eseguito all’atto del rapimento, la strage degli uomini di scorta all’On. Moro, per poi dopo i 55 giorni di prigionia assassinare l’uomo politico, senza troppi ma ed eccessivi se. Sempre delle Br è la responsabilità materiale di quanto è stato compiuto e ancora loro è quella morale per il silenzio in cui oggi perseverano allo scopo di garantirsi la libertà, la vita e in troppi casi la notorietà.

Ma vi è una responsabilità morale da cui tanti, troppi uomini dello Stato, delle sue istituzioni, non potranno mai emendarsi e per la cui omissione collettiva sono doppiamente responsabili. Si è parlato di un Grande Vecchio, direi ai miei ragazzi, che nello sgranar gli occhi immagineranno un matusalemme privo di umanità e indifferente ai diritti umani. Confermerei che, pur non trattandosi di un vecchio, di un matusalemme, ma di un insieme di soggetti della politica nazionale ed internazionale, le attenzioni di questo gruppo di uomini nei confronti dei diritti umani era ed è assente, ancor oggi in mutate condizioni dei soggetti e del contesto geopolitico di azione.

Cercherei di non sollecitare troppo l’immaginazione di due adolescenti, naturalmente protesi a fantasticare sul caso, come per altri più attuali, cercando di ricondurre la vicenda all’inadempienza umana e politica degli uomini del partito di cui Moro era il Presidente, la Democrazia cristiana e alla disumana rigidità di un partito ancora legato alle efferatezze dell’Unione Sovietica, il Partito comunista italiano.

Farei loro presente l’impegno politico del segretario del partito Socialista italiano, Bettino Craxi, che attraverso i molteplici canali disponibili del partito, ma non solo di quello socialista, cercò di salvare l’uomo, Aldo Moro, il cui impegno e le cui scelte non potevano implicare in uno Stato democratico e civile, una simile esecuzione capitale, decretata dall’ignavia dei suoi sodali di partito e dai suoi avversari politici. Una singolarità politica, quella di Craxi, che pur trovando un’ampia fascia di sostenitori trasversali tra la popolazione, è stata rigettata ed avversata in sede politica ed istituzionale. Lo Stato Italiano, attraverso le sue istituzioni, gli uomini investiti del ruolo di rappresentanza esecutiva e parlamentare, è stato responsabile del martirio di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta. Direi loro che, in quei giorni lo Stato repubblicano e democratico è morto sotto la pressione ideologica e materiale, di un sistema impegnato a reprimere quanto di diverso stava emergendo rispetto alle regole fissate nel “gioco” e nella spartizione del potere nazionale ed internazionale.

Non avrei remore nel raccontare ai miei amati figli e ai loro amici, che quelle stesse persone con ruoli istituzionali e politici, non sempre centrali, probabilmente hanno in seguito “usufruito” della “rendita” derivante dalla conoscenza di quel segreto di Stato in cui è racchiuso l’Affaire Moro, come lo apostrofò il grande Leonardo Sciascia, membro della Commissione di inchiesta sul caso.

Ricorderei loro che, la moglie e i figli di Aldo Moro non vollero più incontrare nessuno degli attori istituzionali e politici, rifiutando al suo funerale le esequie di Stato e la presenza di politici e delle istituzioni, fatta eccezione per il segretario Socialista, Bettino Craxi. La moglie di Aldo Moro accusò espressamente tanti di loro, a partire dal Presidente Cossiga, allora ministro degli Interni. Quel Francesco Cossiga, perno dell’organizzazione “Stay behind”, cresciuto e “allevato” nel ranch politico del Presidente Antonio Segni, avvezzo alle “esercitazioni” e simulazioni domestiche dei colpi di stato.

Ancora direi loro che, l’Affaire Moro non chiuse una fase oscura della Repubblica, ma che in un contesto di ricatti e di equilibri, questa continuò a permeare la vita politica del Paese fino a i nostri giorni. Parlerei delle numerose stragi compiute da una manovalanza armata di cui gli ideologi e loro affini hanno avuto ruoli più o meno visibili nelle Istituzioni.

E in ultimo chiederei con forza ai miei figli di tener vivo il dibattito e la ricerca della verità, fino a pretendere la pubblicazione degli atti secretati per quanto concerne l’intero filone stragista, di cui Moro è stato vittima scelta.

E se l’On. Aldo Moro fu, senza dubbio alcuno, uno dei principali artefici della democrazia repubblicana dell’Italia post fascista, è altresì chiaro che la sua eliminazione fisica segnò una deviazione significativa alla progressiva trasformazione democratica del Paese, di cui ancora oggi avvertiamo il grande deficit. Nient’altro direi ai miei figli.

Maurizio Ciotola

(ilsarrabus.news) in collaborazione con (Il Punto Sociale)

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