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Published on dicembre 8th, 2017 | by Redazione

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IL RACCONTO. Sul filo dei ricordi del passato davanti al vecchio caminetto

Sul vecchio caminetto, le fiamme, come roventi serpentine, danzano un ballo lento, avvolgente e mentre si arrampicano sulle pareti della cappa, sembrano raccontare una storia antica. Un ciocco di quercia sfrigola, lasciando filtrare qualche goccia umida dalle sue fibre. Sembra che pianga perché anch’esso vuole essere scaldato.  L’urlo del vento, che  penetra dal camino, imperioso ricorda all’uomo la sua impotenza di fronte alle forze della Natura e la stoltezza del suo delirio di onnipotenza.

 

Nonna Modesta, come obbedisse ad un rito perpetuato dalla notte dei tempi, ravviva il fuoco e quella luce rossastra che le avvampa il viso non finisce di meravigliarla, di incantarla, fissandone pensieri e ricordi. Si sa che i ricordi dei vecchi sono strani: dimenticano quello che è successo ieri, ma hanno impressi in maniera indelebile gli avvenimenti della loro giovinezza.

«Nel nostro rione – racconta nonna Modesta – la festa più grande era la festa di Santa Lucia. A dir la verità, era preceduta, una settimana prima, dalla festa del patrono: San Nicola di Bari, dove al mattino si faceva la processione e poi si andava a messa. Arrivavano per l’occasione, da San Vito e da Villaputzu, le “zie dei dolci” che si piazzavano con le loro ceste accanto alla chiesa per invogliare i bambini. E per i bambini quella era una vera gioia! C’era di tutto e “tres arrialis” permettevano di comprare un solo dolce. C’erano piricchittus, bianchini e  melisceddas, ricoperti con tanta “traggera” variopinta. Di amaretti se ne vendevano pochi perché costavano molto per via delle mandorle. Nel pomeriggio si andava a ballare al Circolo Operaio dietro la parrocchia. C’era un grande salone con accanto due camere e cucina dove viveva il custode.

Ma poi arrivava la festa di Santa Lucia. Era così importante che se ne facevano addirittura due. Una a settembre, quando la nostra santa veniva portata in processione al mattino dalla chiesetta lungo la via Marconi, per essere poi riportata alla chiesetta; ci si faceva tutti il segno della croce con l’acqua benedetta, poi gli uomini portavano i banchi fuori dalla chiesa. All’aperto e in allegria, si facevano i balli sardi, ballando fino al tramonto e mangiando noci, noccioline e mandorle. Visto che in settembre a Muravera fa ancora caldo e c’è ancora tanta luce, non veniva acceso il falò.

E c’era in quelle feste un personaggio familiare e amato da tutti: per celebrare la messa in questa ricorrenza, arrivava da Bonorva “su parasestu”, un frate chiamato curiosamente da tutti Luiseddu, nonostante fosse  un omone grande grosso e rubizzo, vestito con il saio marrone e con i sandali ai piedi. Era lui che si occupava della chiesetta della santa e faceva le funzioni religiose, una volta al mese. Per i bambini era un personaggio quasi favoloso ed il suo arrivo era una grande festa; gli facevamo tutti capannello intorno e padre Luiseddu sembrava una chioccia insieme ai suoi pulcini.

Facevano addirittura a gara per giocare con il cordone del suo saio e lui, invece di arrabbiarsi, sorrideva pacioso, carezzando testoline. “E’ arribau su parasestu, è arribau su parasestu” gridavano i bambini più vivaci. Era sempre padre Luiseddu a preparare i bambini per la Prima Comunione e, quando era periodo di catechismo, le sue visite si facevano più frequenti. La seconda festa veniva appunto celebrata a dicembre, proprio il giorno di Santa Lucia. Gli uomini portavano fin dal giorno prima dei grossi tronchi, lunghi anche tre metri, per preparare il falò, dove al centro non mancava mai l’albero di arance.

Quando poi il falò veniva acceso, ricordo quei visetti e quelle gambette bluastre riprendere lentamente colore e vita, riscaldate e illuminate dal fuoco che divampava fiammeggiante e prepotente. Tutti eravano spensierati ma anche i grandi godevano di quella allegria. E grandi e piccoli ci sedevano intorno al fuoco bevendo, mangiando salsicce, sgranocchiando mandorle e dolci, e gustando qualche mandarino; poi si ballava fino a mezzanotte. Ciascuno portava a casa un ricordo del falò: chi un tizzone, chi un po’ di brace che servivano anche a riscaldare la propria, fredda casa. Forse nemmeno il Natale era così sentito come la festa di Santa Lucia; la Befana invece non si festeggiava proprio, perché non c’erano soldi per comprare i regali. E per molti anni ho desiderato una bambola grande con il vestito di pizzo, un sogno che non si è mai realizzato».

Mentre rivede con gli occhi della mente la bambola dei suoi desideri, nonna Modesta guarda il fuoco che sale dal caminetto e salendo sembra portarsi via per sempre quei suoi ricordi,  come il tempo che continua a scorrere inesorabile, senza fermarsi mai. Quel fuoco inseguito dalla nostalgia per quei bellissimi anni che non torneranno più e sembrano diventati estranei a questa vita moderna, dove le case si sono gradatamente fatte più silenziose e più vuote, mute testimoni della loro struggente storia trascorsa.

Maria Cinus

(ilsarrabus.news)

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One Response to IL RACCONTO. Sul filo dei ricordi del passato davanti al vecchio caminetto

  1. Egidio Loi says:

    Di consueto, come ogni mese, la signora Maria Cinus ci riporta indietro col tempo. I suoi racconti ci fanno rivivere i momenti più belli della nostra vita. Anche descrivendo il crepitio incessante di un ciocco che lentamente arde nel caminetto, ci riporta alla nostra gioventù. Mi rivedo ancora bambino, davanti a Sa Forreda attorniata dai miei genitori, fratelli e sorelle, coi visi rossi come gamberi bolliti dal calore che emanava quel ceppo ardente emanando uno sfavillio di stelle, mentre fuori, a Villaputzu, i rintocchi delle campane della chiesa di San Giorgio echeggiavano su tutto il paese scandendo lentamente le otto della sera. Grazie signora Cinus per i suoi bellissimi racconti che ci fanno rivivere il passato.

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